Il postino mascherinato

Il racconto

Dialogo tra un cittadino al suo domicilio e un portalettere, al tempo del coronavirus

Il testo è tratto da una storia vera, capitata a Catanzaro Ovest la mattina del 17 marzo 2020, VIII giorno dell’era DPCM Conte 2

di Lello Nisticò

 

Sarà capitato anche a voi … di sentire il campanello di casa e, ad apertura di citofono, ascoltare:

Driiiiin… Driiinnnn….

Sììììì …

Postaaaa …C’è una raccomandata da firmare.

Druuurr. ClanK…

Aperto?

Sì, grazie.

Scendo?

No, no. Non si avvicini. Ecco, qui ho la raccomandata. Ma non glielo posso consegnare.

Come non me lo può consegnare… Ce l’ha o non ce l’ha? Lei è qua, e io sono qui.

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Coronavirus e comunicazione istituzionale. Santelli, così non va

Anche nella Sars-Co-2, come in ogni storia di malattia diffusiva ed espansiva, accanto agli aspetti più propriamente clinici ed epidemiologici del decorso non tardano a manifestarsi gli effetti collaterali della terapia messa in atto, o, se si vuole, il suo follow-up, la ricaduta sulle esistenti o preesistenti trame di vita collettiva. Ormai lo pensano e lo dicono tutti – tutti coloro, beninteso, ai quali siamo disposti a concedere un minimo di credibilità e competenza – che, alla ripresa, poco o nulla sarà come prima. Però, gli effetti collaterali dettati dallo stato d’emergenza e del conseguente stato di eccezione, si vanno già manifestando.

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Sindaci sanzionati a Chiaravalle. Quel che Antigone ci può insegnare. Ma anche Otello Celletti

“Celletti, lo vuoi capire o non che quando sei in servizio non devi guardare in faccia nessuno? Celletti, la tua divisa è appesa a un filo”. È il sindaco (Vittorio De Sica) che, sollecitato dal prefetto, strapazza l’agente della municipale Otello Celletti (Alberto Sordi) perché non ha multato secondo regolamento la famosa attrice Sylva Koscina non in grado di esibire i prescritti documenti. Una innocente galanteria di Otello che sarebbe finita lì se non fosse stata divulgata a tutto il Paese dalla stessa Koscina nel corso del seguitissimo “Il Musichiere”. Nel film “Il vigile” di Luigi Zampa (1960), Otello/Sordi prende sul serio la ramanzina e multa lo stesso sindaco per eccesso di velocità, suscitando le sue proteste e la sua ira, tanto da licenziare quello che in fondo è un suo dipendente.

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Tutti i partiti, anche il Pd, hanno bisogno di un piano B

Nicola Zingaretti e Mario Oliverio. Era giugno e ancora sorridevano …

Ma il Pd, quello ufficiale di Zingaretti, ce l’ha un piano B? Oppure Graziano, il commissario che cita Hegel e confonde le guerre l’un l’altra, ha puntato tutto sul patto giallo rosso, nonostante gli schiaffi dei grillini calabresi e ora, anche, del capo politico Di Maio? Non prevedendo nessun approccio alternativo, un’ancora di salvataggio, una risposta al dubbio basico: e se …? Da quel che si sa, no, niente, nada. È probabile che ora si trovi in ambasce. E cerchi tra i dirigenti dem locali qualcuno disposto a mettersi a capo di una lista che porti il simbolo del Pd in cima. Perché una lista il partito “autosufficiente” per eccellenza, “bastevole a se stesso”, deve averla, non può concedersi il lusso dell’irrilevanza, o, peggio, del nascondersi dietro il paravento del civismo. Anche se Zingaretti in Umbria lo ha fatto. Emulato pedissequamente da Graziano, obbediente al condizionale categorico del superamento a ogni costo, del sorpasso in corsa di Oliverio, non curandosi neppure di mettere la freccia per il cambio di corsia.

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Elezioni in Calabria. Tutto chiaro dopo l’Umbria …

Si aspettava l’esito delle elezioni umbre, e l’esito è arrivato. Si diceva: dopo l’Umbria, in Calabria sarà tutto più chiaro. Sicuro. Sarà certamente così. Basta che si risolvano alcune elementari questioni. Alcune pratiche, altre di principio. Le enumeriamo, non in ordine di importanza.

Prima questione. Se Pd e M5S riusciranno a mettersi d’accordo su un nome comune di candidato alla presidenza. Più probabile che non ci riescano, perché non lo ritengono più conveniente, per motivi diversi ma convergenti.

Seconda questione. Se Mario Oliverio deciderà comunque di candidarsi, volente o nolente la segreteria nazionale del Pd e i suoi emissari in periferia, Graziano e Oddati. È altamente probabile che sì, l’uscente non rinuncerà al suo ruolo di aspirante a subentrare a se medesimo. È forte di esperienza, radicamento in parte del territorio, avamposti con fasce tricolori nell’altro, detiene i cordoni della borsa finanziaria. Con buona pace delle biografie agiografiche, non ha brillato nell’azione di governo. Ma da quando si è intestardito a volere giocare il secondo tempo della partita, non ha sbagliato una mossa.

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Le montagne russe del dopo Umbria

 

E adesso? La débâcle umbra, prevedibile nella sostanza ma non nelle proporzioni, impone alle due forze impegnate nel patto di governo giallo rosso un brusco ritorno alla crudezza dei numeri e alla realtà dei territori. Venti punti di distacco costituiscono un colpo così duro alle due leadership di Pd e M5S, da riversarsi immediatamente nei territori, soprattutto nelle due regioni impegnate entro novanta giorni nel loro turno elettorale: Emilia Romagna e Calabria.
Il lunedì post voto sconvolge tutti i piani finora approntati. In un campo e nell’altro. D’accordo, era voce comune che bisognasse aspettare il verdetto umbro. Ma nella sostanza si faceva affidamento in un lieve scostamento dai valori derivanti dalle europee. Sei punti di differenza tra gli schieramenti. I venti di oggi confermano due cose essenzialmente: nel centro destra comanda sempre di più la Lega e Forza Italia ha una forza contrattuale marginale; il patto giallo rosso appare troppo centralizzato, troppo freddo, troppo affrettato perché imposto dalla circostanze eccezionali dell’agosto scorso da avere avuto forza e convinzione tale da potersi trasferire nel sentimento degli elettori.

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I sei punti di separazione su cui si misura il test umbro rispetto (anche) alla Calabria

Sono sei i punti percentuali che all’esito delle elezioni europee del maggio 2019 separano le due coalizioni che si affrontano in Umbria: il 51 per cento a Lega – Fratelli d’Italia – Forza Italia, il 46 per cento a Pd –M5S – Leu. Mentre la già celebre teoria dei “Sei gradi di separazione” sottintende una certezza – che da qualunque posto si parta e in qualunque condizione personale ci si trovi sia possibile attraverso sei intermediari collegarsi a qualunque altra persona – i “Sei punti di separazione” elettorale si collocano sull’orlo di una grande incertezza, sul presente e sull’immediato futuro. 

Sul presente, perché accorciare il divario o allargarlo avrà ripercussioni sulla tenuta, innanzitutto emotiva, dell’alleanza giallo rossa al governo. Sull’immediato futuro, perché all’entità dello spostamento rispetto al gap di gradimento è legato l’evolversi delle vicende elettorali nelle altre regioni in cui si vota, in particolare, per quel che qui interessa la Calabria. Con il risvolto, ancora una volta da rimarcare, di quanto sia spinoso e ostacolato da pietre d’inciampo e da schegge di vetro il percorso dell’affrancamento, innanzitutto culturale e poi di tutto il resto, dell’ultima regione della penisola italica. 

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Attenti al Lupo. L’agguato col microfono e il giornalismo verità

Fase Uno: Massimo Giletti da un posto che “Non è l’Arena” veste di giubbetto anticasta e invia in zona di corrida il giornalista Lupo armato di microfono contundente, in agguato lungo il marciapiede che conduce al Consiglio regionale della Calabria. Constatato che non ci sono mine antiuomo e antisceneggiata l’azione scatta improvvisa e in preregistrata, frutto di tecnica ormai collaudata: Lupo tampina il politico o l’ex che arriva ignaro, quasi lo tampona e puntandogli addosso il maser (microfono taser) in dotazione gli spara la domanda capitale: scusi, lei è un malfattore o no? Al che l’indiziato di truffa aggravata perché compiuta sulla pelle dei cittadini più indigenti d’Italia si difende come può: casca dalle nubi, sgattaiola, manda a fare inciucio il branditore di spugnale (pugnale con cappuccio di spugna).

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È vuoto lo spiazzo del potere

Te ne accorgi nel giorno di Ferragosto, percorrendo la nuova 106 direzione Sud, appena dopo la lunga galleria che passa sotto il ventre di Santa Maria di Catanzaro, ed esci allo svincolo che porta verso ovest, verso la 280 dei Due Mari e l’A2, l’autostrada del Mediterraneo, come dicono ora, la Salerno Reggio Calabria come rammentano i vecchi incubi che, a volte, ritornano.

Sulla destra si staglia, imponente, la Cittadella della Regione. Una enorme U senza grazie, direbbero gli antichi tipografi, un mastodontico rettangolo di vetro e cemento cui hanno tolto un lato, proprio quello che si apre sullo spiazzo che nei giorni “lavoranti” è una distesa sconfinata di auto sfavillanti al sole, un multicolore patchwork di paraurti cofani e montanti, un raffazzonato campionario dell’automotive contemporaneo. Proprio per questo, oggi, a Ferragosto, la differenza salta agli occhi. È vuoto lo spiazzo del potere. Una “landa desolata”, si direbbe, se non ci fosse timore di fare accostamenti irreverenti e francamente inopportuni, vista la giornata di festa, con recenti accadimenti giudiziari. Fino ad appena un decennio fa, sotto quell’asfalto, al posto di quelle fondamenta, dormivano incappucciate dalla loro stessa bava milioni e milioni di lumache. Quelle buone da mangiare, da farci il sugo quando viene Natale. A Catanzaro, non altrove, le chiamano “vermituri”. O anche “virdeddhi”. Dipende dall’ascendenza filologica. Alle prime piogge consistenti di settembre i catanzaresi a centinaia si riversavano su quelle distese di zolle infangate, con le buste della Standa appese a un braccio e la mano libera a raccogliere il frutto della terra. Adesso, quelle lumache, o quel che rimane, dormono. Dormono sulla collina.

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Una nuova leva calcistica a 50 anni dal 68

L’impressione è che Mario Oliverio, che sembrava alla fine anche rassegnato o soltanto recalcitrante finto, abbia accolto la crisi di governo come gli ebrei nel deserto la manna dal cielo. O anche no. Che siano Nicola Oddati e Stefano Graziano ad aprire le braccia in segno di riconoscenza per lo scampato, o soltanto procrastinato, pericolo. Quello di uno scontro durissimo che si andava profilando dopo i pronunciamenti di Zingaretti, la richiesta di un passo indietro al governatore uscente, la riunione di Lamezia al regionale del Pd, tutto nel nome di un rinnovamento agognato ma non disegnato. Devoluto, a sentire alcune voci di dentro, allo stesso Oliverio, che si sarebbe dovuto anche prendere la briga di indicare lui stesso il proprio successore. E, di seguito, la successiva reazione della base di mezzo, quella degli eletti nelle autonomie locali o in consiglio regionale – dal cui cilindro presumibilmente si sarebbe dovuto estrarre il coniglio – al grido di: primarie, primarie. Da non confondere con la base degli iscritti o degli elettori, la cui volontà, semmai, sarebbe da ricercare nelle primarie che invoca lo stesso Oliverio, in un corto circuito che ha del surreale.

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