Videoarte al San Giovanni di Catanzaro

Come farsi un bel Corpo elettronico

Seduto per terra insieme ai suoi studenti dell’Accademia cittadina di Belle Arti, Andrea La Porta è impegnato a controbattere la più spontanea e ripetitiva critica all’arte contemporanea, quella di essere tanto incomprensibile quanto banale nelle forme. Alla osservazione ricorrente: “Ma questo lo sapevo fare anch’io” La Porta risponde sempre:”E perché non l’hai fatto?”. La Porta è curatore insieme a Gianluca Marziani della rassegna  “Corpo elettronico – Videoarte italiana tra materia, segno e sogno” aperta fino al 24 aprile al Complesso del San Giovanni, su un progetto della Fondazione Rocco Guglielmo con la collaborazione della Fondazione Mimmo Rotella e il patrocinio del Comune di Catanzaro. Sono sedici i videoartisti che espongono, espressione obbligatoriamente ristretta ma altamente significativa di un mezzo d’arte parecchio democratico perché ormai diffuso in ogni dove. Teoricamente si potrebbe inseguire un progetto artistico anche con un semplice telefonino, ciascuno ormai dotato del mezzo tecnico chiamato telecamera. La cui portabilità individuale risalente agli sessanta come prototipo dell’industria giapponese e successivamente sempre migliorata e miniaturizzata consente oggi non solo la possibilità di eseguire video dovunque, ma anche una conoscenza tecnica del mezzo che consente  anche di apprezzare virtuosismi e speculazioni che possono sfuggire con altri mezzi espressivi. Da questo a dire che siamo tutti artisti il passo è necessariamente lungo. Per capirlo basta avvicinare con mente critica e occhi bene aperti le opere presentate al San Giovanni le cui sale si prestano alla perfezione, con i perimetri murari a fornire schermi di solida impressione su cui le immagini seguono cordoli e sbalzi in maniera del tutto necessitata e naturale. Le videoinstallazioni necessitano per essere riprodotte di uno o più proiettori che trasferiscono direttamente sulle pareti gli elaborati mentre diffusori acustici forniscono colonna sonora adeguata al tema. C’è molta elettronica, quindi, del resto esibita spesso con cavi, canali di trasferimento e supporti ben evidenti, come per avvisare che non c’è trucco e non c’è inganno, ma tutto viene dichiarato preventivamente, la realtà e la sua riproduzione più o meno aderente, anche nella derivazione e deriva oggi più immanente, quella digitale. Ma sulle pareti si proiettano anche molti corpi, umani e soprattutto femminili, ancorché di altro scibile animale, a giustificare il titolo della esposizione, in un momento in cui di corpo molto si parla e molto si agita, ultimo depositario di una identità concettuale per molti versi messa in discussione da un suo uso consumistico, oggettivizzato e parcellizzato. Il videoartista, chiunque esso sia, invita a vedere più che a guardare, a cogliere l’essenza e inserirla nel circuito mentale, a percepire segnature più che significati. Certo, molto sta nella sensibilità individuale del fruitore, ma questo vale anche per un romanzo di Eco che parrebbe essere l’autore italiano più conosciuto al mondo e da noi è difficile sopravviva alla 101esima pagina.

Masbedo è una firma che nasconde un duo. Nella realtà si chiamano Niccolò Massazza e Jacopo Bedogni. Come tutti gli altri artisti presenti in mostra hanno esposto in tutto il mondo nelle più celebri rassegne di arte contemporanea. Solo per significare la valenza internazionale dei singoli contributi e del movimento complessivo. Qui al San Giovanni espongono Glima, un video dal runtime di 17 minuti e 59 secondi, musica dei Marlene Kuntz girato in Pal monocanale nel2008, in un paesaggio sicuramente freddo, probabilmente nordico, indicativamente preartico e intuitivamente islandese. Su una spiaggia si muovono in evoluzioni combinate una donna e un uomo, o meglio uno strano essere dal corpo di uomo e testa da tubo catodico a lei collegato attraverso una proiezione flessibile con il quale condiziona e viene condizionata. I due si agitano molto, verrebbe dire per il freddo incombente quanto una natura totalmente indifferente, algida e spettatrice disinteressata a un racconto che si presume abbia un prequel sicuramente drammatico e un seguito che ci si augura migliore.

Viene da Torino Alessandro Amaducci per presentare Out of body, opera del 2011. Qui le proiezioni contemporanee sono due, ciascuna su una parete ad angolo, ma non è necessaria la visione simultanea che è comunque ammessa ancorché inevitabile. Sullo schermo di fondo il corpo di una giovane donna in stato interessante, si sarebbe detto una volta,  viene variamente plasmato, accresciuto, sbalzato dagli effetti deformanti della macchina da presa. Ectoplasmi di fasci muscolari e coperture tegumentali aggettano dal corpo per poi rientrare in esso, su una figura che intanto ha cambiato orientamento nello spazio e disposizione rispetto allo sguardo pur rimanendo in sé identica, soltanto, come dice il titolo, un po’ fuori di corpo. Accanto una sorta di dance macabre di due ballerini particolari, una bella ragazza e un cavaliere decisamente andato, anzi ridotto letteralmente a uno scheletro. Eros e thanatos compiono ancora una volta un giro di valzer appassionatamente insieme, non si sa dove inizi l’uno e dove termini e viceversa. L’effetto leggermente necrofilo non disturba più di tanto.

E’ nato a Londra ma vive da trenta anni a Roma Theo Eshetu, ascendenze in parte africane e in parte europee. L’occasione del suo Sacrifice è data dal rito dell’uccisione dell’agnello alla fine del ramadan in qualche insediamento islamico africano non meglio specificato. Ogni frame è riprodotto simultaneamente  in un pannello a sei schermi posti su due file. Sulla fila inferiore l’immagine è capovolta rispetto alla superiore. L’effetto è ulteriormente complicato dalla duplicazione a specchio di tutte le immagini che passo dopo passo riproducono lo scuoiamento e la macellazione dell’agnello. Il tutto dovrebbe riuscire orripilante, politicamente poco corretto e soggetto a censure animaliste, invece l’effetto grafico è del tutto simile ai capoversi dei codici miniati medievali, oppure alla trame di alabastro dei corti interne arabe.

In The finding of memory Ehab Halabi Abo Ker, videoartista israeliano che vive e opera a Catanzaro, ricuce su un pannello a fondo scuro episodi della memoria storica sua personale e collettiva di tutti. I pannelli sono sei disposti a croce e su ciascuno va in onda uno spezzone di memoria storica: campi di detenzione, Martin Luther King a Washington, il muro di Berlino o quello dei Pink Floyd, Piazza Thienammen, sbarchi di profughi. I due bracci della croce si intersecano su un occhio che passa lentamente dalla posizione di riposo a palpebre chiuse alla postura vigile con rime aperte. A intervalli periodici sullo sfondo nero il tutto viene compreso in una svastica luminosa e colorata di rosso. Ogni volta che compare una svastica si rimane sconcertati e sulla difensiva. La Porta spiega che molti simboli hanno un significato in una parte del mondo e uno diverso, anche opposto, in altra parte. Un pugno nello stomaco, in occidente.

Salvo Cuccia ha girato le immagini di Vucciria nel 1995 e ha composto il tutto sotto forma di installazione video nel 2011. Il mercato alimentare all’aperto di Palermo oggi non è più come appare in questa sequenza, e già non era allora come era apparso a Renato Guttuso nella sua tela più famosa. Sui quattro lati della sala vengono proiettate le stesse sequenze con sfasamento temporale l’una dall’altra, tutte rallentate e commentate da una salmodia magrebbina. Il campionario umano del mercato irrompe davanti all’obiettivo, lo guarda, ci parla e passa oltre. L’effetto complessivo è straniante, e fa vivere una discreta dislocazione spaziotemporale, in cui il qui non si concilia perfettamente con l’ora.

La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello è la fonte di ispirazione dei tre frammenti in forma di buca che costituiscono la videoinstallazione interattiva per interfaccia vocale che il collettivo lucchese Studio Azzurro ha chiamato nel 1996 Frammenti della battaglia. Contemplate in silenzio, le tre buche raffigurano tra particolari del quadro rinascimentale: un folto canneto, una coltre di sabbia, una pozza di acqua rossa. Se lo spettatore emette voce oppure produce rumore, la buca vicina si anima con il movimento di corpi che fanno ciò che si fa in una battaglia: si lotta, si svicola, ci si nasconde. Si genera un processo di interattività che meraviglia e nello stesso tempo rende non riproducibile ciascun atto di percezione e di visione proprio perché ogni atto vocale si assume essere originale e portatore di relazione disambigua.

Raffaele Nisticò

® riproduzione riservata

pubblicato su Mezzoeuro sabato 24 marzo 2012

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