Sotto i baffetti di un leader, forse di due


Se c’è qualcuno che può capire Salvatore Scalzo nel Pd è proprio Massimo D’Alema. Non tanto perché li accomuna l’uso imperterrito dei baffetti, che in D’Alema ispirano furbizia manifesta e in Scalzo suscitano al più parvenza di ingenua sovra autostima anagrafica. Quanto per la predestinazione che in qualche modo e su piani – al momento – differenti li accomuna. Ambedue da giovani destinati a carriere politiche importanti. La differenza sta nelle circostanze e, si direbbe in giuridico, nelle concomitanti e favorenti. Favoriva Massimo il fatto di essere figlio di Giuseppe che volentieri occupava la prima di Rinascita, di essersi trovato a studiare alla Normale in periodo predisponente, di avere scalato agevolmente e in virtù di indiscutibile carisma prima la federazione giovanile e poi il partito, facendosi trovare in pole al disfarsi di questo. Tutte cose che non aiutano Salvatore che si è trovato a guidare la coalizione di centrosinistra nel 2011 all’improvviso e senza neanche capire in fondo il perché.

In ogni modo anche lui, riconfermato nel 2012 nonostante la sconfitta di 10 mesi prima, bisogna che sia considerato confacente al ruolo di leader. In potenza quanto si vuole, ma non è dato trovare molti esempi, a sinistra come a destra, di riconferma dopo sconfitta. Del genere: ritenta, sari più fortunato. La differenza tra i due sta in uno dei passaggi del discorso di D’Alema all’Auditorium di Catanzaro presente – finalmente – tutto lo stato maggiore del partito calabrese, quello ammesso dallo statuto, naturalmente. Il partito degli eletti, dal Parlamento al Consiglio regionale, e il partito degli iscritti, tutti ricondotti a convotare a giuste elezioni dall’opera meritoria di D’Attorre e dalla percezione di una occasione più unica che rara di entrare nella contraddizione urente di un centrodestra vincente eppure dimissionante.

Tutto il discorso di D’Alema, a parte gli ovvi riferimenti alla competizione locale in corso, è stato con naturalezza incentrato nella difesa della politica ai tempi dell’antipolitica: un elogio alla sua necessità, alla sua nobiltà, addirittura alla sua scarsa presenza sul proscenio dei meccanismi decisionali, stretta come è tra il tecnicismo montante e la finanza trionfante. Lo ha fatto da par suo, con uno sguardo molto ampio, di chi è abituato a guardare ai processi transnazionali non per snobismo, quanto per l’intima convinzione che sono destinati a ripercuotersi in men che non si pensi nella vita di tutti i giorni. Il dibattito pubblico italiano, sul tema, è del tutto distorto. L’opera del governo Monti è essenzialmente politica. Così come specularmene i posti di ministro delle finanze nei suoi due governi furono occupati da Carlo Azeglio Ciampi e da Tommaso Padoa Schioppa, che in quanto a tecnica niente avevano da invidiare agli attuali governanti. Chiaramente, dice D’Alema, c’è politica e politica. Se uno mette nel governo Brunetta e Carfagna, allora non c’è storia e la politica, quella buona, va a farsi friggere. Si dice che la politica ha portato allo sfascio il Paese. Ma la responsabilità effettiva è da attribuire al patto Berlusconi – Bossi. Nessuno dei due, però, nel ’94, era un politico. Non provenivano da nessun partito, e men che meno da una scuola di partito. Si può pertanto dire che è stata l’antipolitica, o la politica improvvisata, a rovinare il Paese, i suoi conti, la sua speranza nel futuro.

Discorso convincente, salutato dagli applausi liberatori di tutti gli astanti. Ma che potrebbe finire per ritorcersi proprio contro Scalzo che, anche lui, in fatto di scuola di partito o di apprendistato politico, insomma, un po’ di lacune le accusa. Però, occorre dire, che il giovane Scalzo, da un anno a questa parte, è cresciuto. Ha svolto un buon discorso, motivato, cadenzato al punto giusto, ed è evidente che è riuscito ormai a entrare nella forma mentis del politico avvezzo alle buone frequentazioni di partito.

Un insegnamento, però, D’Alema glielo ha voluto comunque impartire. Scalzo aveva parlato di prova di vita o di morte riferendosi allo scontro per il Comune di Catanzaro. Il presidente del Copasir  gli ha consigliato una scalata di marcia, una riduzione di altezza, una scelta meno impegnativa nelle parole, più consone alla posta in palio. La scelta sarà se mai  tra passato e futuro. Sotto i baffetti di ambedue è apparso un sorriso, e anche in questo chi vuole può cogliere una sia pur lontana affinità.

Raffaele Nisticò 

® riproduzione riservata

pubblicato su Il Quotidiano della Calabria martedì 17 aprile 2012

 

 


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