Voto libero e segreto e il caso Catanzaro

Una città sotto voto spinto

Non si rovinano così anche le migliori famiglie? A furia di posticipare la discussione, di rimandare a domani, lo sputo del rospo finisce che quando proprio non se ne può fare a meno il simpatico batrace ti rimane in gola. E allora sono gracidii acidi. A Catanzaro si gira intorno al problema – il voto secondo l’articolo 48 Cost.: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico –  da lungo tempo.  A volere fissare una data si potrebbe indicare il 1997, seconde elezioni amministrative con elezione diretta del sindaco e possibilità di voto disgiunto. Le prime, nel 1994, avevano visto a sorpresa la vittoria di Benito Gualtieri dopo il ballottaggio contro Nunzio Lacquaniti. Il sindaco Gualtieri morì dopo due anni, ma il fatto che in pochi mesi fosse riuscito a imprimere una svolta all’andamento lento delle realizzazioni comunali convinse anche i più scettici delle enormi possibilità offerte dalla nuova legge per la elezione diretta del sindaco, la n. 81 del 23 marzo 1993. Insomma, il sindaco non solo amministrava, ma nel suo piccolo governava. Nelle elezioni successive, le prime destinate a durare i cinque anni del mandato, vinse al ballottaggio Sergio Abramo, performance ribadita successivamente al primo tentativo nel 2001 con uno stratosferico 71,4%.

Quando nel 2006 si trattò di rinnovare il consiglio comunale, entrò nel gergo comune la locuzione ”poteri forti” a significare un cluster del notabilato degli affari capace di costituire l’asse portante della fragile economia cittadina soprattutto sul nervo scoperto dell’offerta di lavoro e capace, soprattutto, di influenzare le scelte politiche e amministrative della città. Intanto si stava consumando la trasformazione antropologica del politico cittadino, che andava esaurendo per consunzione naturale l’imprinting ideologico proporzionale e andava imponendo l’anima ruvida del sopravvissuto al riflusso della contestazione sessantottina affiancata dall’emergere del tipo televisivo rampante, tirato su a grande fratello e all’insoddisfatto mito giallorosso. Una insospettata vocazione alla politica si andò diffondendo tra le generazioni novelle, ingolfando le liste, soprattutto le innumerevoli civiche, di giovani diplomati irregolarmente disoccupati e destinati a preparare la volata ai candidati più forti per capacità economiche o posizione professionale. Di tanto costume fu paradigma la famosa “Pane e Politica” mandata in onda da Iacona nel settembre successivo alle elezioni che videro la scomposizione momentanea del fronte del centro destra a favore della affermazione per molti versi inaspettata di Olivo e del centrosinistra.  Già allora furono roventi le polemiche sui metodi di captazione del voto,  lontani – per usare un eufemismo – da quelli propri del political correct. Non è più tempo di comizi, come sanno tutti fuorché l’impavido Nocera comiziante solitario y final. E’ tempo di reciproche interdizioni televisive, di messaggeria istantanea, di network socializzanti. E di interventi diretti porta a porta. Laddove, non riuscendo la raccolta differenziata, ha ampiamente avuto la meglio il moderno marketing politico elettorale. E più che di porta a porta, a sentire le cronache e gli esposti,  si è trattato di marciapiede a marciapiede, di bar a bar, di sala scommesse a sala scommesse. Insomma di contatti diretti tra candidati ed elettori soprattutto nelle periferie, laddove il centro destra dimostra di avere capacità di penetrazione molto superiori al centro sinistra. Questo apre un ampio ventaglio di considerazioni che non sono lusinghiere per nessuno. Non per la sinistra che deve trovare il modo di dialogare con i ceti più esposti alla crisi sociale che attanaglia le periferie. Non per la destra che si trova a dovere assorbire accuse che se dimostrate a seguito dei quasi certi ricorsi della controparte tendenti alla revoca dei risultati assumerebbero dimensioni infamanti. Oltre a questo, al di là dell’episodio che vede coinvolto un consigliere eletto del centro destra su cui indaga la procura, in città molti sono in grado di citare episodi poco congrui con la trasparenza e la linearità del voto, in ogni caso lontanissimi dal dettato del citato articolo costituzionale. I voti, come si sa, prima si contano, e poi si pesano. A conteggio esaurito, che ha dato la vittoria a Sergio Abramo, sarebbe bene che soprattutto lo schieramento vincente contribuisca a dirimere dubbi e a sanare le situazioni più imbarazzanti.

La città si rispecchia smarrita sulle tante vetrine sguarnite del centro e della periferia, a pochi giorni dalla consultazione elettorale che dovrebbe garantirle cinque anni di governo. Votata e svuotata. Compressa e dopata come sotto voto spinto.

Raffaele Nisticò

® riproduzione riservata

Pubblicato sul Il Quotidiano della Calabria sabato 12 maggio 2012 con il titolo:

“Voto libero e segreto e il caso Catanzaro”       

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