La nottata d’ uno scrutatore

La nottata d’uno scrutatore

“Le elezioni è  una cosa che dura due minuti. Uno va e vota” *

A Enrico avevano detto che era tutto facile e che non aveva nulla di che preoccuparsi. Era stato suo cugino Leonardo, che di elezioni ne aveva già fatto un paio, a farlo iscrivere alla lista del Comune come scrutatore: “Così ti guadagni qualcosina, basta che vai al seggio sabato pomeriggio, senti il presidente che ti spiega cosa fare, ti diranno di contare le schede o di scrivere i dati sul registro e poi qualcosa sulle operazioni di voto. C’è da stufarsi un poco ma poi il giorno dopo, al massimo due, vai al Comune e ti prendi 150 euro. Il difficile è farsi chiamare, però possiamo dirlo al nostro amico Fofò, che lui li conosce tutti al Comune”. Non c’era stato bisogno di dire niente all’amico Fofò, perché questa volta gli scrutatori li avevano scelti a sorteggio, e chissà per quale coincidenza, una volta tanto a Enrico gli era andata bene. Lo avevano chiamato e lui, come da invito, si era presentato in quella sezione di Lido, la solita scuola media con i muri pieni di quadretti naif opera degli studenti di anno in anno, l’altarino con la madonnina bianca e celeste con due o tre rose di plastica e un lumino sempre acceso, e la bandiera italiana pronta per le migliori occasioni.

Solo che in più c’erano i manifesti delle liste con tutti i nomi dei candidati sotto i simboli dei partiti, ciascuno con il luogo e la data di nascita. E un paio di poliziotti e una vigilessa urbana dove solitamente doveva stare il bidello a sorvegliare gli alunni durante la ricreazione. A Enrico questo Leonardo non l’aveva detto, ma forse lo aveva fatto apposta per non impensierirlo troppo. A diciannove anni ancora non aveva trovato neanche un lavoretto e forse non si era neanche impegnato tanto, perché sapeva che era tanto difficile che i suoi amici un poco più grandi avevano chiesto a destra e a sinistra, ma lui li vedeva sempre ciondoloni davanti al bar a parlare di quella scommessa che per un pelo non avevano vinto.

Facile, effettivamente, era stato tutto facile fino a domenica sera, fino a quando c’era stata la partita del Catanzaro che era salito in C1. Pochissima gente a votare, quasi tutti pensionati e casalinghe prima di andare a messa o subito dopo, ordinati e pronti a consegnare la tessera e la carta di identità, a salutare prima e subito dopo avere consegnato la scheda nelle mani del presidente che poi provvedeva a infilarla nell’urna. In questo Enrico aveva già notato una differenza con i più giovani, quelli fino ai quaranta, che tutti volevano metterla direttamente loro la scheda nell’urna. Una ragazza aveva anche spiegato che così aveva visti fare alla televisione alle persone veramente importanti e allora anche lei, se no che democrazia è. Anche il presidente sembrava essere tranquillo e sicuro di sé, perlomeno fino all’imbrunire quando l’afflusso dei votanti era improvvisamente aumentato tanto che non ci si era più fermati un solo minuto a prendere i documenti, consegnare le schede, chiamare il numero di iscrizione e poi dire ad alta voce che l’elettore tal dei tali aveva votato. Ogni tanto c’era un piccolo intoppo, perché c’era chi aveva dimenticato il documento di identità ma c’era sempre qualcuno del seggio che garantiva per lui, oppure perché, uno Enrico se lo ricordava bene perché era stato lui a consegnargli la prima scheda, diceva che l’aveva aperta e l’aveva trovata strappata a un angolo e la voleva cambiata, ma Enrico era abbastanza sicuro che gliele aveva consegnata giusta. In ogni modo, per fortuna che il presidente si vedeva che era uno esperto e che sapeva tutti i regolamenti e trovava sempre una spiegazione che a Enrico sembrava più che esauriente. Fino a quando lunedì pomeriggio si sono chiusi i seggi e si è cominciato a segnare i voti al sindaco, alle liste e ai consiglieri. Qui l’atmosfera è cambiata quasi all’improvviso, ma non per colpa del presidente e degli scrutatori, che, come Enrico, non è che parteggiavano per una parte o per l’altra. E’ che c’erano i rappresentanti di lista che sembravano venuti lì apposta per fare questioni su ogni piccola cosa, su un segno troppo grande o troppo piccolo, che toccava una linea oppure l’altra, su una croce che non era una croce ma sembrava una stella, su un nome che non era proprio quello che appariva sulla lista ma quasi. E poi qualche parolaccia, o qualche tifoseria, oppure nulla di nulla: “Bianca”. “Nulla”. “A verbale”. “Abramo”. “Scalzo”. A un certo punto, Enrico non aveva capito bene perché tutto si fosse complicato. Era già buio da un paio d’ore e sentiva un po’ la stanchezza, ma quello che lo disturbava era la tensione evidente tra il presidente e i rappresentanti di lista che intanto erano aumentati e le contestazioni si facevano sempre più frequenti e chiassose. A un certo punto era successo il parapiglia perché il presidente si era messo a urlare ed erano arrivati i poliziotti e a tarda ora, che era già notte e quasi l’alba, ed Enrico non capiva perché il sonno l’aveva abbandonato, e tutto era apparso diverso da quanto aveva detto il presidente il sabato pomeriggio e le operazioni di chiusura si erano fatte più ingarbugliate e i plichi li ha presi la polizia e li aveva portati con sé. Enrico non aveva capito molto bene, ma pareva che il numero delle schede votate alla fine non coincidesse con quello delle schede timbrate, chissà come era successo. Poco male, il presidente sicuramente avrebbe saputo dare una ragione. “Lui – pensava Enrico – è uno esperto, lo fa da molti anni,  per questo lo pagano più degli scrutatori. Certo che alle prossime elezioni mi cancello dalle liste al Comune. E’ quasi l’alba, e mi sta venendo il sonno”. Così, dopo aver salutato i colleghi per due giorni e una notte, Enrico si incamminò verso casa, guardando la città svegliarsi con un nuovo sindaco.

“Anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui ogni città è la Città” **

 

Raffaele Nisticò

*, ** – Italo Calvino, La giornata d’uno scrutatore, 1953 -1963

® riproduzione riservata

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