Evan Penny, uno scultore realista più del reale

Una mostra di livello internazionale al Marca di Catanzaro

UscUna mostra di livello internazionale al Marca di Catanzaroendo dalla mostra di Evan Penny al Marca di Catanzaro, se diciamo di aver trovato qualche piccolo neo non è per operare una sia pur minima denigrazione. E’ solo per esprimere una constatazione.

Tralasciando per un attimo  la dimensione artistica – notevolissima, a scanso di equivoci – la quarantina di sculture esposte potrebbero ben figurare come un atlante di dermatologia  ancor prima della evidente rassegna di anatomia umana. Ci troviamo davanti a uno di quei casi in cui impressionano più i particolari che l’insieme. Siamo tutti ormai assuefatti alla esposizione senza veli del corpo umano sdoganato nella sua nudità non solo dalle moderne applicazioni pubblicitarie ma anche da secoli di tradizione pittorica, profana e religiosa. A colpire il comune visitatore sono pertanto più gli annessi cutanei e la resa che Penny conferisce alla pelle, o come si sarebbe detto ai tempi perduti di Proust, all’incarnato roseo. Non solo nèi, ma efelidi, lentiggini, couperose, rughe e quanto altro, tutto il campionario delle piccole imperfezioni della pelle che rendono ciascun tegumento un prodotto unico e irripetibile, proprio come le impronte digitali, il disegno dell’iride o la catena del desossiribonucleico. La tendenza nella vita reale, in spiaggia, in piscina, sui campi di gioco, facendo jogging, è togliere, non levare. La parola d’ordine è: eliminare il superfluo. Sottintendendo peli e inestetismi vari. Imperativo che ha fatto la fortuna delle beauty farm o soltanto dei mille beauty office che sorgono in ogni via cittadina. E invece Penny, unico artista vivente  cui i Beatles potrebbero aver dedicato una canzone (neanche a farlo apposta il relativo testo inizia così: “In Penny Lane c’è un barbiere che mostra le fotografie di ogni testa che ha avuto il piacere di conoscere” ), in qualche modo inverte la tendenza, aggiunge, con evidente compiacimento i comuni aggregati cheratinici e mostra la realtà così come è, sotto la convenzione degli abiti e il cerimoniale del make up.

Nato in Sudafrica da un pastore protestante Evan Penny si è poi trasferito in Canada, dove vice e opera, insegnando arte in un rinomato college. E’ la prima mostra dell’artista in Italia, proprio nel mese in cui il primo ciclista canadese, Ryder Hesjedal, vince un Giro d’Italia. Sarà pure una coincidenza, ma è bello pensare che una volta tanto gli incroci del destino in qualche modo premiano la Calabria piuttosto che completamente ignorarla. E’ un giovanotto del ’53 vispo e magro, dal fare sornione, che in conferenza stampa nella giornata inaugurale della mostra ha cercato di spiegare il quid della sua arte rispondendo per mezzora a una domanda durata sì e no quindici secondi. La temeraria giornalista aveva posto la domanda abbastanza innocente su come un artista ultramoderno come Penny vedesse la strana convivenza con un scultore ufficiale e compiuto come Francesco Jerace, molto plastico e marziale come d’uso nella scultura commemorativa di fine Ottocento, del quale il Marca ospita la gipsoteca permanente. Naturalmente Penny non sapendo chi fosse Jerace ha semplicemente svicolato per parlare di sé e della sua visione del mondo, intendendo con ciò non tanto una impegnativa Weltanschauung  quanto proprio l’atto sensoriale del vedere e del rendere questa visuale in termini originali e significanti.

Re-Figured si intitola la mostra che è stata nei mesi passati alla        Kunsthalle di Tubinga e che ritornerà per l’estate oltre oceano, alla Art Gallery di Ontario.

Traduciamo Re-Figured con “Raffigurato due o più volte” nel gioco strano dei rimandi tra chi osserva e chi è osservato, con l’intermezzo non indifferente tra ciò che vuole vedere chi osserva e quel che vuole concedere chi è sotto osservazione. In questo ridondante trasmettere e ricevere càpita come nel gioco infantile della parolina ripetuta da un orecchio all’altro in cui è vero che molto si distorce per via del rumore di fondo e della eccitazione del momento, ma una considerevole spinta verso la variante finale è attribuibile alla personale predisposizione che porta all’errore. Per cui, nonostante ci si sforzi a ribadire con la massima onestà quanto si crede di avere ascoltato, alla fine abbiamo un risultato non lontanissimo dal reale ma neanche coincidente. Penny lo scultore si sforza di essere tanto vicino al reale che arriva a superarlo, entrando di diritto nel recinto non inconsueto ma comunque problematico dell’iper-realismo, di cui è uno dei tre o quattro massimi esponenti mondiali ( insieme a Duane Hanson, John De Andrea e Ron Mueck ). Solo che il risultato è una reinvenzione del reale, attraverso meccanismi che non arrivano alla caricatura, ma semplicemente caricano di un sovrappiù un aspetto che sfugge chissà perché alla obiettività fotografica. In tal modo opera la distorsione, evidente in lavori come Panagiota: Conversation 2007-2008,  oppure la anamorfosi, utilizzata nelle serie Stretch e Anamorph, dal 2003.

Michael #2, Variation of 42 – 2010  non avrebbe nulla di che recriminare con il suo creatore in tema di regolarità di tratti se solo fosse riprodotto nelle due dimensioni. Peccato che la visione laterale riveli una protuberanza occipitale degna dei quasi alieni di StarTrek. Chi raffigura Penny nelle sue sculture di scala che dalla scala uno:uno arrivano a raddoppiare o triplicare le proporzioni reali, sia intere che a mezzo busto? Di solito amici di lunga data, meglio uomini che donne, anche se stesso in diverse fasi della vita, da giovane, maturo e vecchio. Murray, 1995-2008,  per esempio, è un amico personale di Penny, oltre che modello professionista.  Old Self, Young Self, 2010-2011 sono due autoritratti fatti nell’adesso per un allora e per ciò che sarà. Prodotti certamente sulla base di una realtà attuale, ma l’uno rintracciato sulle vie benevole della memoria, l’altro ricercato tra le nebulose del futuro.

Le figure, impressionanti nella resa plastica, sono terminate con silicone dopo una laboriosa preparazione con calchi, gessi e strati di colore. Arriva poi il momento delle applicazioni superficiali: unghie, capelli, barbe, capelli, occhi e cavità. Tutti i visitatori si chiedono meravigliati come l’artista possa essere così preciso e fotografico nel rendere i soggetti. Legittima curiosità che probabilmente è l’ultima preoccupazione di Penny, al quale interessa più ciò che deborda dalla realtà pur essendo a essa intimamente connesso, come una escrescenza cutanea che è solo il prodotto di un processo qualitativamente analogo alla normalità ma in qualche sfuggito ai controlli di feedback. Prendiamo Murray. Visto di fronte il suo mezzo busto non avrebbe nulla di inconsueto se non una lunga treccia che dalla nuca scende fino al petto. Ma basta spostarsi di alto per osservare un compressione innaturale del corpo incompatibile con la vita e con quanto ci ha abituato la vista.

Il sottotitolo di Re-Figured scelto per la mostra di Catanzaro è Il realismo dell’inganno. Ne sa qualcosa la povera Libby Faux, cittadina canadese realmente esistente, che già nel suo cognome (falso, in francese) offre il destro a Penny per una ulteriore deviazione dalle strettoie imposte dal senso comune, o meglio, dai sensi comuni. La serie L.Faux, 2000-2005, con il suo ambiguo riferimento a dati anagrafici e somatici che dovrebbero essere niente altro che dati,    è realizzata per seminare dubbi e incertezze sulla affidabilità di quanto gli occhi portano alla mente e di quanto la mente restituisce alla consapevolezza utile al discrimine raziocinante.. Vedere per credere, ma solo fino al 30 giugno 2012 al Marca di Catanzaro. A cura di Daniel J. Schreiber e Alberto Fiz.

 

Raffaele Nisticò 

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