Viaggio del mondo in ottanta concerti

pubblicato in calabriaonweb.it il  2 settembre 2013
Domenico Codispoti: pianista classico dall’ impressionante forza espressiva. Acclamato da New York a Granada, da Honk Kong a Rekjavick, da Roma a Londra. E un po’ meno in Calabria, bel suol natio.

Sarà capitato anche a voi di ascoltare “Primo movimento” su Radio Tre Rai, il programma nazionale che “passa” le più importanti uscite discografiche di musica colta.

Domenico Codispoti

Ebbene, venerdì 19 luglio, in cima alla scaletta, la brava conduttrice Valentina Losurdo ha annunciato il secondo movimento, allegro, della trascrizione per piano solo della sonata per violino di César Franck. Ultima incisione perPiano Classics  di Domenico Codispoti “musicista italiano – ha detto Losurdo – nato a Catanzaro, che, dopo un decennio trascorso tra Stati Uniti, Inghilterra  e Spagna ha deciso di ritornare a Roma”.  E a Roma l’abbiamo raggiunto, incuriositi da questo inaspettato (per noi) disvelamento, e sinceramente impressionati dalla forza, dalla pienezza  e dalla trasparenza dell’esecuzione ascoltata per radio.
Chi vuole approfondire, dal punto di vista dell’ascolto (ci si scusi l’ossimoro sensoriale), può farlo digitando http://www.domenicocodispoti.com.
“Sì – ci dice Codispoti -. Ho scelto Roma come casa da un paio d’anni al rientro in Italia dopo un decennio all’estero. “Mamma Roma” ti accoglie con le sue italianissime contraddizioni ma con un abbraccio di cui solo lei è capace. Mi piace molto questa città, mi piace anche lasciarla, scapparne, per poi tornarci – gli ultimi spostamenti per concerti sono stati in Islanda e Spagna – e ritrovare quella dimensione di grande condominio in un contesto di bellezza sfacciata e quasi scontata, ma sempre piena di sorprese e nuovi dettagli”.

Codispoti, il suo cognome è una denominazione di origine garantita. E‘ nato a Catanzaro nel 1975, le Regioni tornavano al voto per la prima volta, il Catanzaro era già stato in serie A. Nell’86 ci fu la faccenda di Chernobyl, la verdura e il latte anche in Calabria erano sorvegliati speciali, ma lei già aveva una più che superficiale confidenza, poniamo, per Mozart se non per Schumann. Ci dica…

Indiscutibilmente, provengo da una famiglia calabrese e da una vita trascorsa, dalla nascita e per molti anni in Calabria, a Catanzaro. Non credo a identificazioni e categorizzazioni perché troppo spesso sono usate come discrimine. L’empatia con la gente per quanto mi riguarda non è un dato di default geografico ma qualcosa di ben più profondo. Ma, senza cadere nella retorica, nascere e vivere in Calabria sono un forte imprinting, una sfida vissuta a vari livelli che  viviamo quasi inconsapevolmente, spesso anche troppo remissivamente. Una sfida che accomuna molta gente, in ambito artistico e non, e che penso fornisca una valida “corazza” quando si decide di mettersi in viaggio. Io ho avuto la fortuna di iniziare molto presto le mie peregrinazioni, preso per mano e accompagnato da condizioni familiari ideali. Mi sono seduto su uno sgabello di pianoforte a sei anni, prendendo lezioni in città, per iniziare poi a dieci i miei pellegrinaggi di studio. Sono stati lunghi anni, di viaggi a cadenza mensile, e di lunghi corsi estivi nelle classi di Bruno Mezzena, accompagnato da mio padre all’Accademia Musicale Pescarese e in giro per l’Italia. Vanto un’invidiabile conoscenza tanto della tratta tirrenica quanto di quella ionico/adriatica sul percorso Catanzaro-Pescara, varianti stagionali incluse.

Ha un curriculum di tutto rispetto e di alto livello, con apprezzamenti critici oltremodo lusinghieri.Tanto per dire, El Pais del 18.11.2012 ha scritto: “Seguire uno dei grandi Etudes-Tableaux op. 39 di Rachmaninov, unito alla superlativa Polacca-Fantasia di Chopin, secondo la sensibilità di Domenico Codispoti, è stato, più che uno spettacolo, una commozione intima e un’esperienza estetica di prim’ordine”.
Ha suonato molto, il che equivale a dire che ha viaggiato molto, forse di più. Facciamo un giro del mondo insieme ai suoi recital più riusciti, o che l’hanno maggiormente segnata? Iniziamo dagli Stati Uniti? Perché si è trasferito lì per un po’ di tempo?

Un corso di perfezionamento all’Accademia Chigiana di Siena e l’incontro con Joaquin Achucarro, pianista spagnolo, sono stati preludio all’avventura oltreoceano, resa possibile dall’invito -e una cospicua borsa di studio- a frequentare l’Artist Certificate Program della Southern Methodist University di Dallas. Non avrei mai pensato di finire in Texas a studiare pianoforte, non avrei immaginato Dallas come meta di studi musicali per me, ma era un’offerta irrinunciabile! Ci ho pensato un paio di minuti, ricordo. Senza troppi pensieri quindi mi sono trovato su un volo Delta, ad aprire con eccitazione un nuovo capitolo, pieno di sorprese. I quattro anni in America sono stati un passaggio importante, suono ancora spesso con amici musicisti conosciuti al tempo delle tante collaborazioni con le classi di violino e canto, e nei progetti con il dipartimento di Opera della SMU. Durante quel periodo ho vinto i concorsi solistici che mi hanno dato visibilità internazionale, ho iniziato a viaggiare molto per concerti e soprattutto è stato un periodo fondamentale per la mia formazione e ricerca musicale, in un ambiente sorprendentemente multiculturale. Accanto a un Texas stereotipato ho dovuto riconoscere i vantaggi e le possibilità che mi sono state offerte, soprattutto pensando, ahimé,  alle difficoltà nostrane. Da allora non ho mai interrotto il legame con Dallas, dove tornerò a novembre per una masterclass e un recital nel ciclo nella Distinguished Alumni Series della mia università, tra gli altri. Un piacevole déjà-vu nell’auditorium che è stato casa per vari anni.

Poi è stato a Londra. Non so se era ancora la swinging, ma sicuramente metropoli molto attrattiva per un giovane musicista in carriera. Anche lì ha lasciato un segno, se Guy Rickards, sul londineseInternational Piano Magazine , nel settembre 2012, così si esprime: “Un esecutore insigne con una tecnica formidabile… Il suo racconto della Sonata di Liszt avvince dall’inizio alla fine, misurato nel tempo, ma con una palpabile comprensione della struttura complessiva e nel gustare i momenti più importanti dell’esecuzione. I parametri di riferimento sono con Argerich, Arrau, Brendel, Pollini, Richter e, per le più recenti incisioni, Paul Lewis”.

In seguito alla decisione di rientro in Europa – un desiderio pressante, ad un certo momento, ammetto – ho trascorso qualche mese a La Coruña per poi decidere di provare un’esperienza londinese. Seguivo la curiosità e anche una donna, e l’eccitazione per una nuova destinazione dove ricominciare, era più forte di qualsiasi logica di calcolo e di ogni considerazione climatica negativa sulla città (decisamente non un luogo comune!). Una parentesi, tra le altre cose, utilissima per capire certe dinamiche del mondo musicale, di cosa avrei voluto essere e di cosa non sarei stato mai, tutto visto dalla prospettiva di una giungla musicale, ma molto vicina all’istanza “produttiva” globale. Una lezione. Sarò impopolare, ma dal mio personale punto di vista vedevo Londra tanto stimolante quanto individualista, adatta paradossalmente a chi ama stare da solo e in qualche modo nascondersi fra la moltitudine di offerte culturali e gente sicuramente colorata, ma spesso poco propensa ad andarsi incontro perché impegnata a sopravvivere o a correre. Civilissima e frizzante ma un formicaio, per molti aspetti. E poi quel grigio troppi mesi dell’anno…

Per cui, a un certo punto, ha deciso di lasciare, per buttarla sul letterario, le  proprie di Martin Amis e si è detto: meglio un po’ di  Javier Maras. A semplificare si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…

La mia risposta è stata l’Andalusia. Del resto la Spagna, che mi era stata da sempre molto amica, che continuavo a visitare per concerti e masterclass, doveva essere una tappa stanziale, prima o poi. “Vuelvo al sur” mi dicevo, sole e caos a tinte forti. Adoro Granada, ne ho fatto immediatamente un posto familiare e l’ho vissuta respirando la sua anima araba, flamenca e freak, ma anche da vecchia signora un po’ kitsch. Non ne riesco a parlare al passato ancora, è molto vivo e recente il legame con il mio quotidiano ai piedi del quartiere arabo de “El Albaicín” e con la gente che ho conosciuto. Per mesi ho sentito molto la nostalgia di quell’abbandono. Adesso vivo a Roma, ma virtualmente non ho ancora riconsegnato quelle chiavi di casa; ci sono stato a suonare ad aprile e tornerò fra una settimana per dei concerti a Granada e Siviglia; ci scappo appena ne ho occasione, e ogni volta ho la sensazione di tornare in famiglia.

L’impressione è che lei sia un po’ in bilico tra le attrazioni anglosassoni e le fascinazioni romanze e latino americane. Tra le poche deviazioni  visibili, l’esperienza nella fredda e vulcanica Islanda, terra d’altra parte di inesauribili risorse musicali. Basterebbe pensare al fenomeno Björk. Per continuare le citazioni critiche, Jonas Sen, del Morgunbladid, di  Reykjavik, il 14 marzo 2007 h scritto che il suono di Domenico Codispoti è “sempre bello ed elegante, estremamente delicato ma anche ampio e avvolgente. In breve, una delle più belle interpretazioni della Sonata di Liszt che abbia mai ascoltato. Brillantemente eseguiti anche gli Etudes-Tableaux di Rachmaninov, turbolenti ma allo stesso tempo immersi in un coinvolgente misticismo. Indiscutibilmente un fantastico recital di un pianista unico”.

L’Islanda è molto più che Björk, è un fermento culturale profondo e radicato, impressionante per densità se pensiamo ai numeri di una nazione piccolissima, climaticamente inospitale ma di bellezza ed energia sconvolgenti. Un posto pieno di scuole di musica, di orchestre, di artisti che propongono incessantemente la propria musica supportati anche a livello istituzionale nell’interesse e nella curiosità di tutti. Ecco, la curiosità intellettuale e la disponibilità mai arrogante al confronto sono il più bel messaggio di quella nazione a un visitatore come me, insieme alla decisione dimostrata nel difendere i propri diritti e nel voler recuperare dalle macchie degli ultimi anni con determinazione e coraggio nelle scelte. Sono tornato per la settima volta quest’anno a suonare in Islanda e i fantasmi della grande crisi sembrano quasi un ricordo, almeno nell’atteggiamento della gente che ha ripreso – seppure con minore disponibilità economica – a vivere di benessere vero, a coltivare la buona vita in senso autentico come ho sempre avuto impressione si facesse da quelle parti.

Si è esibito anche, e spesso, in estremo Oriente (Hong Kong, Kuala Lampur). A proposito, così  Tou Liang Chang sul The Flying Inkpot di,Hong Kong nel settembre 2005: “Seguire il cammino delle Davidsbündlertanze di Schumann e’ stato una gioia. Ogni brano godeva di vita propria. Sempre fantasioso e ricco di inventiva, il suoTakemitsu e’ stato ugualmente un piacere. Nella Litany n.1  Codispoti ha veramente trovato lo spirito Zen, rendendolo come un autentico gagaku” . Non sappiamo cosa sia un “gagazu”, ma ammettiamo pure: lei di che genere di globalizzato è, “riluttante” oppure…

Domenico Codispoti

Perché riluttante? Direi piuttosto impenitente! E‘, come dire, soltanto la naturale conseguenza dell’oggettivare se stessi, uscirne e guardare all’”io” da una prospettiva esterna. E’ un processo del tutto spontaneo, credo, e non significa affatto rinunciare a una matrice etnico-geografica o rinnegare un’appartenenza, al contrario. L’originalità, la peculiarità dell’essere calabrese o italiano si affermano nella diversità, nella varietà di contesti, non nella “confort zone” di un ambiente familiare e in qualche modo rassicurante. Questo ci rivela pregi e difetti più di ogni autoindagine scientifica o letteraria, secondo me, e può essere fonte di crescita personale per chi accetta l’eventuale critica e ne fa occasione di slancio. E poi l’appetito viene viaggiando, e non posso che avere sempre più fame di conoscere e vivere sulla mia pelle luoghi e culture diverse. Fosse anche per conoscere meglio se stessi, credo che mettersi in cammino (reale e virtuale) sia la migliore risposta alle domande sull’esistenza e una delle più grandi fortune che la musica mi abbia regalato. Il caos e il panorama mozzafiato di Hong Kong, le isole della Malesia, i templi e le palafitte della Cambogia, la storia di Machu Picchu e i colori del Guatemala sono patrimonio di memorie per gli occhi, ma le persone incontrate in quei posti e quanto da esse ricevuto, lo sono per il cuore. Comunicando grazie alla musica.

Adesso, se ci consente, dopo tante colte citazioni altrui, una domanda di critica autoctona: anche Calabriaonweb ha un’anima musicale. La sua predilezione oscilla, come si riflette nella produzione discografica, tra romantici (Chopin, Schumann, Listz) e impressionisti (Mompou, Granados), con irruzioni nel contemporaneo diatonico (Francesco Antonioni) e finanche jazz (Egberto Gismonti). Come sceglie gli autori? C’è più istinto estetico o discernimento razionale?

Entrambi, inevitabilmente, anche se non sono mai stato un progettista di repertorio a tavolino. Mi lascio spesso influenzare dagli stati d’animo, dalle curiosità ed esigenze di espressione del momento. A volte mi piace pensare fatalisticamente a un disegno che va oltre le nostre decisioni, per cui le cose prendono una certa direzione, e questo abbraccia anche le scelte musicali, il linguaggio e lo stile con i quali empatizzo di volta in volta. Non credo però alla musica intesa in senso religioso, da servitori sottomessi, credo invece negli uomini e nella vita da raccontare in musica, che ne è l’espressione forse più sincera; molte volte come esigenza di sfogo, grido ed esternazione, altrettanto spesso come premonizione, medium, trascendenza.
Non chiudo i miei ascolti in una particolare nicchia né mi piace alzare barricate, ascolto musica buona di vario genere e amo particolarmente il jazz, da sempre. Qualche escursione “ufficiale” recente mi ha dato segreta soddisfazione, volevo vedere cosa ne pensasse il pubblico nel vedermi mangiare di nascosto un barattolo di nutella e ho sorriso nel riscontrare complicità in chi era seduto in sala. Lo sconfinamento dal puro repertorio classico può essere inebriante, e chissà che non diventi un’esigenza, di tanto in tanto. Parlo comunque di buona musica, che ha ben chiaro – aldilà del genere- da dove viene e dove vuole andare, e che incontra le mie corde.

Le sue novità discografiche il 2013 sono un monografico su César Franck per Piano Classics,, di cui abbiamo detto, e un cd che la riavvicina alla Calabria, con musica da camera di Francesco Cilea perBrilliant. Ce ne vuole parlare? Già che c’è, è vero che torna a breve a suonare sul suolo natio?

Il disco per Piano Classics è uscito un mese fa ed è in commercio da poco. Il suo concepimento, per l’appunto, è stato quasi una casualità, visto che sono venuto a conoscenza in modo molto incidentale (curiosando online) della trascrizione per pianoforte solo della Sonata per violino e pianoforte di César Franck, che avevo da tempo in repertorio in forma originale. Sono orgoglioso della presentazione a RadioTre e dell’interesse che sta suscitando (la prima recensione, arrivata sulle pagine della rivista specialistica tedesca Piano News la scorsa settimana, mi ha dato grande soddisfazione), e credo sia l’inizio di una serie che mi porterà ad incidere l’integrale pianistica del compositore belga, con degli inediti assoluti. Un progetto decisamente eccitante.
L’idea di incidere musica da camera di Cilea è stata invece frutto di un’intuizione avuta e condivisa subito dagli altri partecipanti al disco, amici musicisti legati alla Calabria all’epoca embrionale del progetto da vincoli lavorativi; con Ilaria Cusano, violinista, ci siamo ritrovati colleghi in conservatorio a Vibo Valentia, mentre il suo compagno Jacopo Di Tonno, violoncellista e amico di lunga data, è tuttora docente al conservatorio di Reggio Calabria. Il disco è ultimato e la sua pubblicazione ufficiale avverrà in ottobreSpero che ne possa seguire una presentazione ufficiale in terra calabra. Intanto sarò in regione per un progetto di recital un po’ insolito, tra agosto e settembre (date in via di definizione) quando presenterò un programma/percorso con musica da Bach ai Radiohead. Un itinerario musicale che attraversa generi diversi, dove provo a far confluire vari linguaggi in un unico messaggio, un’idea che accarezzavo da tempo per un esperimento che mi incuriosisce molto. “Figure in Blue”, preso in prestito da un pezzo di Charles Lloyd a cui sono simbolicamente affezionato da molti anni, sarà il titolo del concerto.

Annunci

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: