Maria Perrotta, un visibilio d’artista

Maria Perrotta, un visibilio d’artista

da calabriaonweb.it  22 novembre 2013

Sul Teatro Valle di Roma, occupato dal giugno 2011 da maestranze, attori e altra gente dello spettacolo, si è detto, in questi oltre due anni di occupazione attiva, di tutto e di più.

Maria Perrotta foto Ugo Dalla Porta

Attualmente il dibattito è fortemente polarizzato su due posizioni opposte: c’è chi giudica l’occupazione una originale applicazione del concetto di “bene comune”, chi la ritiene una pericolosa deriva, abusiva e slealmente concorrente, verso un centro sociale camuffato. Tanto per personalizzare, si sono chiaramente schierati a favore dell’esperienza un giurista come Stefano Rodotà, e decisamente contro un opinionista di vaglia come Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera. Nel frattempo centinaia gli eventi presentati e applauditi.
Fra questi, è rimasta memorabile l’esibizione di una giovane pianista a ottobre del 2011. Memorabile innanzitutto per l’altissimo valore dell’esecuzione delle Variazioni Goldberg, incisa live per la Cinik Records ottenendo il favore della critica specializzata: 5 stelle delle riviste Amadeus e Musica, 5 stelle e Disco del mese del periodico Suonare News. Memorabil anche per l’evidente stato di gravidanza dell’artista, circostanza che ha aggiunto emozione a emozione. La pianista in questione, Maria Perrotta, è nata trentasette anni fa a Cosenza, dove ha studiato al Conservatorio, per poi diplomarsi a Milano e specializzarsi a Parigi e in Germania. Vive da due anni a Parigi con il marito, il baritono Lucio Prete e le due bambine (Giuseppina, 11 anni, e Vittoria, nata nel febbraio successivo). Di lei hanno scritto entusiaste le riviste specializzate di musica colta e piacevolmente sorpresi i più severi critici musicali, e i suoi concerti suscitano ammirazione in tutta Europa. La sua carriera evolve di successo in successo, conciliando in mirabile equilibrio affetti familiari e glorie del palcoscenico. Da ultimo, un cd uscito per la Decca, con le Sonate n. 109, 110 e 111 di Beethoven, è un ulteriore riconoscimento che ne certifica il valore assoluto.

Maria Perrotta, le storie della musica, sulla musica, sono fatte di incroci, richiami e varie assonanze: che impressione le fa comparire su una etichetta come la Decca, prestigiosissima casa di produzione inglese, per cui incidono Riccardo Chailly e Daniel Barenboim, tanto per citarne due e comprenderne cento?

Incidere per un’etichetta tanto prestigiosa come la Decca è senz’altro una grande emozione. Intrecciata all’emozione, però, sento anche e soprattutto un grande senso di responsabilità, un impegno da svolgere con umiltà.
Continuiamo con le assonanze. Il fatto che lei, l’anno scorso, abbia suonato in pubblico visibilmente incinta, con il pancione, l’ha fatta accostare a due grandi pianiste, una del passato, Clara Wieck Schumann e una, viceversa, molto contemporanea, Martha Argerich.
L’accostamento a due tali miti mi ha molto inorgoglito, anche se il richiamo era dovuto alla maternità. Martha Argerich (che sento a me vicina) è una grandissima pianista, una donna eccezionale, piena di energia e di passione, di coraggio e di autenticità. La sensazione che mi trasmette il suo personaggio è di grande purezza, come se nella sua vita non avesse mai pensato a cosa fosse giusto fare, ma abbia sempre seguito “semplicemente” il suo mondo interiore di artista e di donna. E per una donna non è ancora così evidente. Da questo punto di vista mi ha fatto piacere che si sia fatto del rumore intorno ai concerti con il pancione, anche se io mi sentivo cosi naturale e, di certo, non al centro di un’impresa. Quello che ho percepito è che una donna deve ancora “spiegare“ le sue scelte e ”dimostrare“ che è quel che è. Non vorrei banalizzare, perché effettivamente mettere insieme tutte le proprie anime di donna e di artista non è cosa scontata. Mettere insieme le nostre diverse identità, i nostri diversi ruoli è un lavoro continuo, un esercizio dello spirito, credo di ognuno di noi, e non un limite femminile o un problema di “immagine” come spesso le donne avvertono in giro per il mondo.

Le Variazioni Goldberg sono tra le composizioni più eseguite, fin da quando sono nate, oltre due secoli or sono. C’è un must assoluto rappresentato dall’esecuzione di Glenn Gould, anche per via del personaggio, così originale, finanche eccentrico, ma sublime. Quanto vale, per un pianista, sentirsi accostato a un Gould, e per di più da un critico dello spessore di Paolo Isotta, sul Corriere della Sera?

Maria Perrotta Foto di Ugo della Porta

Per me Glenn Gould è stato un vero mito che ascoltavo sin da bambina; crescendo ho preso le mie sagge distanze come interprete, le sue scelte sono estreme, e io penso che da un genio come lui bisogna, oltre che imparare, difendersi. È sublime il senso di assoluto che trasmette, ha un atteggiamento di totale fusione e identificazione con la musica che suona, come se non ci fosse nessun filtro fra lui e il testo. È puro come una preghiera. Questo senso di assoluto è una bella aspirazione.

L’ultimo riferimento che le propongo: le Variazioni Goldberg furono commissionate a Bach per alleviare la fastidiosa insonnia del conte Keyserlingk, ambasciatore russo presso la corte di Sassonia. Le ha sperimentate in questa veste rilassante sulla sua piccola Vittoria?

Posso dire che quando era in pancia e suonavo le Variazioni Goldberg, lei si metteva tranquilla. Soprattutto in concerto, è vero. Poi ho avuto la sensazione che le riconoscesse…
Ha visto? Sembra che le cose al Teatro Valle volgano al meglio. Gli occupanti sono riusciti a costituire la “Fondazione Teatro Valle occupato Bene comune”. Il “suo” Bach ha portato fortuna.
La vicenda del Valle ha qualcosa di meraviglioso, una resistenza eroica e costruttiva. Sono felice di far un po’ parte di questa storia. Il concerto al Valle fu particolare, un teatro pieno, emozionato ed eterogeneo.

È vero che un direttore d’orchestra le ha chiesto in modo molto spiccio: “Ma lei vuol fare la pianista o la mamma?”

Si è vero, uno dei pochissimi momenti in cui ho avvertito un fastidioso senso di invadenza nella mia intimità.

Come vive a Parigi una pianista nata e cresciuta a Cosenza, sposata con un professionista della musica, insieme a due figlie?

Maria Perrotta foto di Ugo della Porta

Non è facile rispondere: Parigi è un po’ come una grande diva, che fa il bello e il cattivo tempo in modo imprevedibile e proprio quando credi di non poterne più, sfoggia una della sue giornate migliori. Un sole splendente la fa essere la città più bella al mondo, piena di fascino, in cui tutto scorre fluidamente. È un mistero tutto parigino. La presenza della musica a Parigi è incredibile, la quantità e la qualità dei concerti, la quantità di pubblico, il coraggio dell’avanguardia nei programmi. Comunque io vivo a Parigi un po’ come “dovunque”, in mezzo al mare… Sento di essere sospesa nella mia casetta, immersa nel mio mondo in compagnia delle mie figlie. Certo, nonostante a volte molte cose di questa città mi stanchino, e sento una gran nostalgia dell’Italia, sono consapevole di quanto possa offrire, e penso ovviamente anche alle mie figlie e alle opportunità che possono avere abitando a Parigi.

La giornalista Valentina Lo Surdo, nel presentare a “Primo movimento” di Radiotre Rai la sua ultima incisione, ha detto che lei mantiene un rapporto stretto con la terra d’origine, Cosenza, la Calabria. Come lo manifesta, come lo sente?

Sì, il mio legame con la Calabria è fortissimo, sento molto il valore delle origini, delle radici, sono quelle che danno senso al proprio sguardo. Il parametro della nostalgia condiziona il mio modo di vivere. A volte lo percepisco come un limite, ma sempre di più lo avverto semplicemente come un modo di essere e lo accetto. Sono “proustianamente” alla ricerca delle cose perdute per dare slancio al mio futuro. E la Calabria è un po’ il mio passato perduto. Il Sud in generale rappresenta nella mia testa un posto dove l’espressione delle emozioni ha un posto importante nella vita: quando sono altrove mi manca l’intensità della mia terra, che mi appare a volte drammaticamente placida, ma che si interroga sempre sul senso delle cose.
Avverto in Calabria un senso arcaico e antico delle cose che mi nutre, anche se nel suo antico c’è il lato bello e quello brutto della medaglia. Vedo anche la sofferenza di questa terra e lo spreco di tanta bellezza e di tanto talento. E di talento la Calabria ne ha tanto! A volte qualcosa soffoca e ci fa sentire impotenti. Io mantengo sempre i miei legami affettivi e, quando è possibile, delle interessanti collaborazioni artistiche con musicisti della mia terra.

Maria Perrotta foto di Ugo della Porta

Dicono, coloro che sanno, che le ultime tre Sonate per pianoforte di Beethoven siano molto difficili da eseguire. Perché l’hanno tentata?

La cosa che mi affascina di questo Beethoven è il loro essere in un magico punto di confine, sia da un punto di vista formale che pianistico. Tutto l’ultimo Beethoven sembra forzare il linguaggio e le possibilità degli strumenti, e questo è molto stimolante per un interprete. Sembrano sospese fra passato e futuro.

Cosa pensa del movimento musicale colto della Calabria? Dei suoi Conservatori, dei suoi insegnanti, dei suoi teatri? La sua insegnante Barbarossa è sempre molto battagliera nel difendere le prerogative dei Conservatori calabresi, e dei musicisti che diplomano. Le è capitato di esibirsi in Calabria, ultimamente, da quando è celebre e celebrata, intendo?

Penso che la Calabria abbia formato tanti musicisti di valore e che abbia una bella tradizione. Forse il teatro e le associazioni concertistiche hanno conosciuto momenti migliori di questo. Io da piccola ho avuto la fortuna di ascoltare a Cosenza musicisti come Sviatoslav Richter, Tatiana Nikolaieva, Jörg Demus… Ora mi pare che tutto ciò sia più raro. I conservatori sono molto attivi e penso che ci sia molto eroismo nel fare quel che si fa a volte con pochissime risorse. Ho suonato recentemente a Cosenza, lo scorso maggio: ho eseguito il Quarto Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven. È stato un concerto di apertura del concorso internazionale “Luciano Luciani” (bellissimo concorso che arricchisce molto la vita musicale della Calabria), concerto reso possibile grazie alla generosa disponibilità della Brutium Chamber Orchestra diretta dal giovanissimo Francesco Mazzei. Tutti giovani pieni di talento e serietà professionale. Nel 2012 ho suonato nel Conservatorio di Vibo Valentia, nel quale ho insegnato per alcuni anni, invitata dal direttore Antonella Barbarossa, per inaugurare l’acquisto di un magnifico pianoforte gran coda Steinway & Sons costruito ad Amburgo.

Le sue prossime fatiche, in tour e in sala di incisione.

Nell’immediato mi aspettano alcune esecuzioni del Quarto Concerto di Beethoven in due bellissimi teatri dell’Emilia Romagna, il Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena e il Teatro Alighieri di Ravenna, rispettivamente il 4 e il 17 dicembre, con l’Orchestra da Camera di Ravenna diretta da Paolo Manetti. Poi una piccola tournée con un programma interamente dedicato a Chopin che toccherà Parigi, Bologna, Ferrara, Adria, Milano e Cagliari. Sto poi mettendo a punto due nuovi programmi con musiche di Schubert e Brahms e, naturalmente, c’è sempre il mio amato Bach: le Variazioni Goldberg e il Clavicembalo Ben Temperato, di cui ho appena eseguito il primo Libro. Il secondo Libro, che ho in repertorio, è un altro mio traguardo per i prossimi mesi. A livello discografico ci sono dei progetti e delle idee: è prematuro parlarne, ma sicuramente qualcuno degli autori che ho citato ne farà parte. Mi piacerebbe che ogni disco nuovo fosse il completamento di un percorso di maturazione come lo sono state le Variazioni Goldberg e le ultime tre Sonate di Beethoven. E poi confesso che a volte le cose nascono quasi per caso, senza volerlo in anticipo.
A volte basta che ci sia un buon microfono piazzato in sala e un bravo ingegnere del suono e i dischi si fanno da soli. Bisogna suonare, è vero, ma il disco che nasce dal concerto dal vivo è quasi sempre la cosa più bella e naturale. Almeno per me, anche perché non c’è il “dovere” di farlo uscire. C’è più libertà. E io amo la libertà.

Raffaele Nisticò
pubblicato in calabriaonweb.it il  22 novembre 2013
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