Argentina, il sogno “grandangolare” di Aldo Bressi

 

Aldo Bressi

«Non so quante fotografie vengono immesse nei social ogni giorno. Dicono due milioni e mezzo, ma forse sono di più… Sembrerebbe una festa per la fotografia, ma ciò che vedo io è la morte della fotografia tradizionale, del senso artigianale della fotografia. Non è tanto il discorso sulla post produzione, sul fotoritocco, photoshop e altro. Ciò che sta sparendo è il fotografo che stampa da sé i suoi scatti, ci sono sempre più difficoltà a reperire sul mercato particolari tipi di pellicole analogiche. Per non parlare degli enormi problemi correlati proprio all’atto della pubblicazione sui network, da una parte il copyright, dall’altro la privacy. Insomma, sono molto preoccupato».  Artista, curator de muestras fotograficas, director de su propria escuela y coleccionista de fotografía, Aldo Bressi, oggi asciutto sessantatreenne, sarà anche molto preoccupato, ma, per andare dietro al sentire comune, avrebbe dovuto essere molto più pensieroso quando nel 1987 salutò i colleghi dell’assessorato al Turismo della Regione Calabria per volare dall’altra parte del mondo, in una Argentina alle prese con una gravissima crisi economica, per inseguire il suo sogno grandangolare e anche, a dire il vero, un suo amore femminino. «Al Turismo sono stato dal ’74 al ’97. Ero nel settore “promozione” e avevo la possibilità di viaggiare tanto. A La Rocoleta, il centro culturale più importante di Buenos Aires, era stata allestita una mostra di fotografia sulle feste popolari e religiose, nell’’ambito della manifestazione Italiana che il ministero degli Esteri organizzava ogni cinque anni. Io avevo realizzato un lavoro di una certa rilevanza sulle feste religiose, grazie al quale mi mandarono a rappresentare la Calabria»».

Il “lavoro di una certa rilevanza” di cui parla Bressi è in realtà una delle testimonianze più autentiche del sentire religioso popolare calabrese prima che il suo carattere identitario venisse fortemente intaccato dall’avanzare dell’ uniformità televisiva. Se ne trova traccia ancora sul sito aldobressi.com,cliccando su “Investigation”. Termine azzeccato per una rassegna di volti segnati dal sole nella sublimazione della  sofferenza, o rilassati nella conviviale intimità di una sosta all’ombra, o incautamente fiduciosi nell’atto di appuntare banconote sui damaschi del patrono: a Badolato, Tiriolo, Riace, Stignano, Nocera Torinese, Cropalati…, nei cento paesi delle colline e delle montagne sopra il mare.
«Le immagini, che risalgono alla fine dei ‘70, sono atemporali. Mi sembrava una cosa contraddittoria che si stesse sviluppando una forte industria turistica sulla costa , mentre l’interno rimaneva intatto. Passavi dagli alberghi a 5 stelle sulla costa ionica o tirrenica, con le ragazze in topless, alla realtà dell’interno, a 14 o 15 chilometri, completamente differente. Avevo letto un  libro molto interessante, “Perché le feste” di Lombardi Satriani, poi “Sud e magia” di De Martino. In un primo tempo ho fatto una ricerca sulle feste più importanti, la festa di San Cosma e Damiano a Riace, la Festa di San Rocco a Palmi. Poi mi sono affidato alle testimonianze orali, e ho scoperto feste minori non molto conosciute che avevano aspetti molto interessanti, con gente che andava scalza, e gli spinati di Palmi, anche ad Acquaro di Cosoleto che è lì vicino, c’è una festa di San Rocco molto importante. Peraltro incontravo una certa resistenza da parte della politica di allora nel mostrare questo tipo di festa, perché volevano promuovere un’immagine della Calabria moderna, mentre il mio sguardo era rivolto alla tradizione come è dimostrato dall’uso quasi esclusivo del bianco e nero. Ricordo le perplessità nel pubblicare i Vattientidi Nocera Torinese. Fu in quella occasione che conobbi Ottavio Cavalcanti, l’antropologo. Venne a sbrigare una  pratica in assessorato, gli parlai del mio materiale e lui mi invitò a casa sua a Rende, gli mostrai il lavoro, mi diede una impostazione di ricerca, su come separare le diverse variabili che si ripetono nelle feste religiose: le penitenze, gli aspetti rituali, i riti magici, e gli aspetti più propriamente di fede».
Con quel bagaglio fatto di penitenti e di processioni, Aldo Bressi approda nel 1986 a Buenos Aires per la mostra, patrocinata dal Consiglio regionale allora presieduto da Anton Giulio Galati. Il successo fu tale che la direzione della mostra propose di prorogarla per un altro mese. «Insomma, capitò di innamorarmi con la donna che sposai e da cui dopo dieci anni divorziai. Ma non fu solo l’amore  a spingermi al gran salto. C’era stato intanto alla Regione il cambio di governo. Con l’arrivo dei comunisti il clima cambiò. Tutto quanto era stato fatto prima, sembrava mal fatto. Non era questione di schieramento, ero sempre stato di sinistra, militavo nel partito socialista. Quando arrivai al Turismo, nel 1974, in assessorato eravamo solo in 17, e facevamo tutto. Il primo assessore che ho avuto è stato Scarpino. Era un periodo che in bilancio il settore della promozione aveva solo 600 milioni,  con questi l’assessorato riusciva a produrre materiale promozionale, partecipare alle gare e alle fiere. Poi c’è stato Covello, Laganà, Veraldi, poi di nuovo Laganà. Devo dire che tutti gli assessori in un certo senso mi hanno aiutato a sviluppare il mio senso per la fotografia. Anche i presidenti. Primo tra tutti  Bruno Dominijanni, che aveva un passione incredibile per la fotografia. Fotografava anche lui stesso, un giorno facemmo a piedi il Ponte Morandi assieme, mi raccontò che gli avevano regalato una di queste nuove macchine elettroniche, ma lui era abituato a usare la macchina manuale, e diceva di non capirci nulla e che preferiva di gran lunga la sua vecchia macchina. Aveva una grande passione, sì. Non sono sicuro, ma credo che avesse in casa anche il laboratorio oscuro».
Bressi in Argentina arriva a 37 anni, forte della fresca liquidazione derivante da venti anni di lavoro regionale. «In un Paese dove la lira aveva molto peso, dove c’era  una inflazione galoppante, con 1 milione di lire italiane facevi un sacco di cose. Iniziai a inserirmi nel mercato della fotografia pubblicitaria, perché l’Argentina, benché ancora considerata del Terzo mondo, aveva già un livello altissimo di pubblicità. Per inciso adesso occupa il quinto posto al mondo come creatività pubblicitaria. Una delle prime cose di cui ho sentito nostalgia sono stati gli alimenti, il cibo, i sapori, il colore dei piatti. Diciamo che in Argentina trovi di tutto, il peperoncino è americano, nei supermercati trovi la soppressata e la mozzarella, oggi è mercato globale, ma sto parlando di 25 anni fa, con una comunità  calabrese molto forte, anche nella gastronomia e nei menu. La nostalgia era nei sapori complessivi, l’amalgama non era  lo stesso. Per reazione cominciai a specializzarmi nella fotografia gastronomica, in quello che si chiama ilfood, finalizzato a cataloghi e a menu.

Una volta si diceva che l’appetito viene mangiando, ora è più giusto dire che l’appetito viene guardando. Il fotografo di gastronomia lavora in stretta sinergia con quello che si chiama  food styler, la persona che si interessa del disegno dei piatti, della presentazione. Da lì cominciai a essere apprezzato come fotografo dei piatti e da lì iniziarono i primi passi nel campo della moda».
Aldo Bressi è di rispettabile famiglia catanzarese della bella borghesia. Il fatto che tre sue sorelle si siano dedicate con riconosciute soddisfazioni  all’insegnamento non è estraneo agli sviluppi successivi. «Non sono stato un modello di studente. Ma quando mi resi conto del mercato pubblicitario in Argentina e che in fondo mancava una scuola affermata di pubblicità  e moda, ebbi l’idea di aprire una scuola di fotografia. Un po’ perché nel campo, un po’ perché straniero e italiano – in Argentina c’è un’ altissima considerazione della nostra cultura –  ho avuto da subito un sacco di allievi. La scuola si chiama “Fotodesign”, sul sito web bressi.com compaiono le diverse sedi, con il tempo ha avuto un grande sviluppo, e tra l’altro come direttore della scuola mi sono ben posizionato nell’ambiente fotografico, ho iniziato a essere curatore di fotografi. C’erano studenti che avevano del buon materiale, che volevano esporre, si rivolgevano a me per una selezione del materiale, un giudizio di qualità,  l’orientamento verso certe gallerie. In Argentina c’è un mercato molto fiorente e  diffuso della fotografia, come in Italia c’è solo a Roma e a Milano. Alla annuale rassegna Buenos Aires Photo converge gente da tutta l’America latina, compra scatti e ingrandimenti come elemento d’arredo, grandi fotografie che vengono numerate. Io stesso ho una bella collezione di fotografie. Ho degli originali che mi regalò Mario Giacomelli, uno dei più grandi fotografi italiani, ho originali di Joel Peter Witkin, ho molte fotografie di contemporanei. Dal 2008 ho una  rubrica fissa sulla rivista di design più prestigiosa del Sud America che si chiama90+10, dove in ogni numero presento un fotografo».
La scuola di Bressi si espande rapidamente, formando una nuova generazione di fotografi. Dal 2004-2005 nella sede di Buenos Aires il 70% degli allievi sono stranieri, arrivano dal Cile, dall’Ecuador, dalla Colombia, mentre nella prossima sessione che inizia a marzo ci sono due allievi italiani. Le liste di attesa durano un anno, per corsi con un numero massimo di 20  posti, di fotografia pubblicitaria, di tecnica, di moda, di still life, di pubblicità, che durano cinque mesi, finalizzati al mercato, a un livello molto alto, con otto docenti in esclusiva ed esclusivo capitale privato. L’attrazione internazionale della scuola di Bressi lo ha portato, tramite ex allievi, ad aprire filiali in Colombia, a Bogotà, in Cile, a Santiago. Lo stesso è successo con una allieva spagnola, con la quale hanno appena aperto la prima scuola in Europa, a Barcellona, nelle Rambla. «Con gli Usa c’è un discorso aperto a Miami, la città con più ispano parlanti al mondo. L’Italia non mi interessa, da questo punto di vista. Troppa burocrazia. Sono amico di uno dei più grandi giocatori di polo del mondo. In Argentina  il polo è molto sviluppato, e intorno cresce tutta un industria di merchandising  e abbigliamento. Questo mio amico gioca nella squadra di Ralph Lauren, ha uno dei più grandi allevamenti di cavalli da polo del mondo, voleva aprire due negozi,  a Roma e a Milano, non è stato possibile, doveva presentare 79 documenti. I certificati antimafia sono cose che gli stranieri non capiscono.  Piuttosto se avessi la possibilità di fare un lavoro in Italia mi piacerebbe ripercorrere i luoghi che ho fotografato trenta anni fa, le feste religiose, vedere i cambiamenti, dall’86 a oggi, anche nella gastronomia, perché le foto che ho sui piatti calabresi hanno urgente bisogno di aggiornamento, utilizzando il food styling, il disegno dei piatti così come si è evoluto adesso. Poi il paesaggio, che rimane la mia vera passione. E la luce. Può venire fuori un capolavoro anche da una fotografia molto semplice se viene fatta in determinate condizioni di luce. Un grande fotografo, Edward Weston, diceva che la fotografia di paesaggio è molto semplice, perché è la stessa natura a disegnare la composizione»
Ma l’ultima avventura di Aldo Bressi è il cinema. Lui dice che è una evoluzione logica per chi si dedica alla fotografia per molti anni. «Ho scritto la scenografia di un film, ad aprile iniziamo le riprese, in Argentina. Il film si chiama Te adoro, tratta dei rapporti tra un adulto e una ragazza più giovane, con i rapporti conflittuali con la figlia che ha la stessa età. E poi c’è il tema dell’eutanasia, molto discusso, perché in Argentina da un anno e mezzo è stata approvata la legge su quella che si chiama la morte degna, la possibilità che ha la persona malata, o i familiari, di tirare la spina. L’Argentina è molto all’avanguardia nei diritti civili. Cinque anni fa hanno approvato la legge sul matrimonio gay, c’è stato molto dibattito, anche per la presenza  importante della Chiesa cattolica, la diocesi dell’attuale Papa, l’Opus Dei molto forte, la stessa comunità ebraica, la seconda al mondo. Papa Bergoglio lo seguivo in una trasmissione interreligiosa che tenevano alla radio, che erano delle trasmissioni interreligiose, lui, un rabbino e un musulmano. A Buenos Aires è molto amato dalla gente per la sua semplicità, lo incontravi in tram, per strada, nella metro. Ma anche per il suo impegno nel sociale. Ha chiesto trenta volte di essere ricevuto dal presidente della Repubblica, senza riuscirci, perché, a parte la povera gente, c’è molto consumo di droga, per via dei cartelli, poi la tratta degli esseri umani, la prostituzione, lui è stato molto sensibile a questi problemi. Adesso è Papa  e quindi ha più considerazione. Forse qualche episodio in Italia non si sa. Ma lui, dopo quattro giorni dalla elezione, ha chiamato il giornalaio. In Argentina  è usuale che il giornale te lo portano a casa, fai la colazione con il giornale e paghi il conto a fine mese.  Bergoglio ha chiamato al suo edicolante,  dicendogli  ”Sono Jorge”. “Quale Jorge”, fa l’altro. “Jorge Bergoglio…, ti devo chiedere scusa, ma sono venuto a Roma, mi hanno fatto restare, quindi non  ti posso pagare il conto. Ma ti mando mia sorella , non ti preoccupare». E così è stato.

Questo articolo è stato pubblicato su calabrionweb.it il 9 gennaio 2014

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