Il caso Catanzaro/Lo scandalo c’è. Ma pagherà?

Catanzaro 21 marzo 2014. Manifestazione PD per le dimissioni del sindaco Abramo
Catanzaro 21 marzo 2014. Manifestazione PD per le dimissioni del sindaco Abramo

Il Pd di Calabria vuole le dimissioni del sindaco Sergio Abramo come conseguenza immediata del montante scandalo legato alla pubblicazione degli atti relativi all’indagine che la Digos ha condotto su indicazione della procura di Catanzaro, partita dalla compilazione anomala di una lista partecipante alle ultime amministrative. Una delegazione di alto livello, composta dal segretario regionale, dai deputati di zona e da rappresentanti del Consiglio, si è recata dal prefetto. Ufficialmente non per chiedere le dimissioni del sindaco – sarebbe ingenuo credere che questo passo possa essere riconosciuto come formalmente accettabile -, ma per rappresentargli lo stato di disagio amministrativo e di normalità istituzionale che la maggiore forza di opposizione avverte, in una situazione in cui il primo a rendersi conto che il livello di guardia della pubblica moralità (della moralità pubblica) è stato ampiamente superato dalla compagine di governo cittadino, tanto da averla azzerata ex abrupto e immantinente, è lo stesso sindaco, alla ricerca affannosa di una nuova, spendibile squadra.

Ma queste sono cose ormai ampiamente risapute, utili anche a risollevare le tremebonde sorti commerciali dei quotidiani locali che si sono tuffati con dovizia finanche sorprendente sui particolari più pruriginosi dei dialoghi intercettati (d’altra parte Catanzaro è o non è la città della Notte piccante?).

A rinforzo del passo istituzionale il Pd ha organizzato, venerdì sera, una manifestazione pubblica. In origine era stata convocata nella sala consiliare, poi, in considerazione di una desiderata maggiore partecipazione, si è optato per la Casa delle culture, più capace. Sbagliando. La sala era sì piena, ma non strabocchevole di presenze e soprattutto sensibilmente fredda rispetto a un tema che avrebbe dovuto risvegliare ben altro ardore assembleare. Sarebbe poi stato simbolicamente più efficace la sala del Consiglio comunale. Forse non si è voluto interferire con la scena del crimine.

Non che i toni degli interventi non fossero veementi e passabilmente circostanziati. Il giovane consigliere Capellupo, il più attempato – anche nell’eloquio – Passafaro, gli onorevoli Lo Moro, D’Attorre e Magorno, hanno svolto doverosamente il loro compito. E allora, cosa è mancato? Insomma, il tema era propizio per risvegliare orgoglio di partito, velleità di coalizione, indignazione civile. La manifestazione poteva – doveva – essere il momento della rivincita morale rispetto a un verdetto elettorale da molti ritenuto non lineare, convincimento suffragato ormai da fatti investigativi. Invece, tutto è filato senza sussulti, come capita per le cause d’ufficio, combattute più per inerzia che per slancio vitale. In tutti, forse, si è insinuato forte il sospetto che la vera battaglia è da combattere non nel chiuso delle aule deputate o sui giornali o sui siti on line. Ma nel cuore e nella mente delle persone, della gente, dei cittadini, degli elettori che dir si voglia. I quali in maggioranza, certamente, riconoscono in cuor loro che l’esperienza di questo centrodestra è stata fallimentare. Ma tardano, presumibilmente, a concedere a questo centrosinistra valide ragioni di supremazia amministrativa e di coerenza comportamentale tali da volgere a suo favore la contesa politica che presto o tardi tornerà sulla scena.

Nella quale si avverte ormai con fragoroso silenzio la rinnovata assenza del candidato alternativo al centrodestra nelle ultime due tornate elettorali, sicuramente suffragata da valide ragioni personali, ma influente in misura non determinabile ma determinante sull’orientamento emotivo e razionale dell’opinione pubblica.

 

 

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