Un San Luca restaurato di Mattia Preti si aggira per l’Italia

Giuseppe Mantella illustra l'opera al Marca di Catanzaro
Giuseppe Mantella, restauratore, illustra l’opera al Marca di Catanzaro

Un Mattia Preti appena restaurato si aggira per l’Italia,  e  non è un fantasma. A saperlo prima ci si sarebbe potuti meglio organizzare. Si tratta di un imponente San Luca che dipinge la Madonna e il Bambino. E’ uscito per la prima volta dai confini maltesi per arrivare a Roma, poi, in rapida successione, al palazzo arcivescovile di Crotone, al Marca di Catanzaro, per terminare le sue peregrinazioni, il 26 di marzo, in un altro arcivescovato, quello di Reggio Calabria, dopo una estemporanea tappa a San Luca in Aspromonte, per evidenti ragioni di assonanza patronimica. Per una delle fortunate e fortuite coincidenze che costellano storia e geografia culturale di un Paese, in contemporanea a questo tour pittorico, anche l’editoria è stata interessata da vicino da San Luca, terzo evangelista, medico, vescovo e, finalmente, pittore.

Guido Barbujani insegna genetica a Ferrara. Da studioso di tracce cromosomiche gli è stato chiesto, nel 1999, da fonte episcopale, di partecipare a una sorta di expertise collettiva multidisciplinare sulla autenticità delle reliquie di San Luca custodite nella Chiesa di Santa Giustina a Padova. Curioso che di questa presenza importante la gran parte dei padovani sia all’oscuro. Per loro il Santo per

Lascia stare i santi
Lascia stare i santi, Einaudi ed.

eccellenza è il portoghese Antonio, e intorno a lui hanno costruito uno dei santuari più influenti al mondo. Di San Luca, che, per parlare in burocratese, in quanto evangelista dovrebbe avere la precedenza, a Padova non se ne impippa nessuno. Barbujani ha raccolto la storia di quella esperienza, che ha risvolti avventurosi, in un bel libro edito in questi giorni da Einaudi, Lascia stare i santi. Una storia di reliquie e scienziati, di impianto essenzialmente scientifico, ma che non disdegna di addentrarsi nei meandri tortuosi del traffico di reliquie particolarmente fiorente nel Medioevo, quando possederne una significava potere impiantarci intorno una fiorente cattedrale. Successe così, tanto per rimanere in Veneto, a Venezia con San Marco, le cui spoglie,  occultate nella carne di maiale, intangibile per le guardie di frontiera islamiche, furono trasportate clandestinamente dalla Turchia in Laguna, come raffigurato in un celebre quadro di Tintoretto. La conclusione del libro non esiste, nel senso che Barbujani non è in grado di stabilire la veridicità o meno delle reliquie di Luca. Per quanto gli compete può affermare che i frammenti di DNA estratti da due denti sono compatibili con un uomo vissuto in Siria nei primi secoli dopo Cristo. Fonti storiche ci dicono che Luca, originario di Antiochia in Siria, fu vescovo di Tebe in Grecia, lì fu sepolto, le spoglie portate a Costantinopoli e poi a Padova dove nel 1177 sono documentate con certezza. La tradizione lo vuole medico. Anche in questo senso Luca sembra scontare un difetto di messa a fuoco della sua immagine. Per i pittori e gli artisti di tutti i tempi egli infatti è il ritrattista per eccellenza di Maria e del suo bambino Gesù. Innumerevoli le opere che lo ritraggono intento in questa attività, eseguite da artisti di ogni epoca. Il pio e devoto Mattia Preti non si sottrae alla fascinazione del Luca protettore dei pittori, in un’epoca, il Seicento, in cui si affermano in tutta Europa corporazioni e gilde di arti e mestieri. I due maggiori poli di elaborazione pittorica dell’epoca, quello fiammingo e quello italiano, sono particolarmente fecondi di esempi.

- 1532-Haarlem,Franzhaals-Museum
Marteen Heemskerck,1532,Haarlem,Franzhaals-Museum

In Olanda, ad Harlem, Marteen Heemskerck nel 1532 è in procinto di partire per il suo viaggio di apprendistato in Italia. A mo’ di saluto fa dono alla gilda artistica cittadina della sua ultima produzione, un San Luca che dipinge Vergine e Bambino. Ambientazione e stile risentono dei luoghi e dei tempi, come è ovvio. Il freddo profilo di un pittore solenne e ieratico si accompagna a simbologie tipiche del manierismo nordico, come il bue, emblema del Vangelo lucano, reso in bassorilievo. Heemskerck ritornerà sul tema una decina di anni dopo. Ma nel quadro oggi custodito al Musée del Buaux Arts di Rennes molto è cambiato, anche nel particolare del bue ritratto al naturale. La frequentazione italiana ha sortito suoi effetti. In Italia del Luca ritrattista mariano circolano molte versioni, talune molto “nobili”: si cimentano, tra gli altri, Vasari, il Passignano, successivamente Reni, e anche Giordano. Ma sono tanti. Una di queste produzioni è diventata l’emblema della prima congregazione dei pittori, scultori e architetti di Roma papale, nel tempo divenuta proprio Accademia nazionale di San Luca.

Scuola raffaellita, XVI sec., Accademia nazionale San Luca, Roma
Scuola romana, XVI sec., Accademia nazionale San Luca, Roma

L’opera, originariamente dipinto murale, poi trasportata su supporto ligneo, è dapprima attribuita a Raffaello, quasi un autoritratto per l’inconfondibile sagoma che si staglia sullo sfondo. Oggi si è concordi nell’assegnarne la paternità alla scuola romana che a lui fa riferimento. Mattia Preti conosce il dipinto. In una lettera dell’ambasciatore Poggi al Duca d’Este del 1652 viene espressamente raccontata la visita compiuta dal dignitari in compagnia del “Cavalier calabrese”, riportandone anche la comune cattiva impressione derivante dal pessimo stato di conservazione dell’opera. A Mattia il tema interessa parecchio. L’anno prima, lavorando agli affreschi della Chiesa di San Biagio a Modena, in una lunetta della volta ha rappresentato per la prima volta il suo Luca pittore. Lo farà altre volte nel corso della sua lunga e onorata carriera, che attraversa tutto il Seicento, unico mirabile esempio comparabile con Tiziano Vecellio quanto a produttiva longevità. Nato nel 1613 a Taverna, centro presilano vicino a Catanzaro, morirà nel 1699 a La Valletta, dove giunge nel 1661 carico di onori ma non molto florido in fatto di denaro, se dobbiamo dare retta a quanto scrive nel 1669 al nobile e magnanimo mecenate sicuro-calabrese Antonio Ruffo. E’ ancora un San Luca artista a fare da involontario testimone di questo passaggio.

Mattia Preti, San Luca, Pinacoteca Castello Ursini, Catania
Mattia Preti, 1669, San Luca, Pinacoteca Castello Ursini, Catania

Preti lo invia a Ruffo raffigurato in un suo quadro ignudo e macilento, accompagnandolo con una lettera in cui parla di ristrettezze economiche e di pochezza di pensione, e implora la notoria benevolenza del mecenate ben predisposta a “vestire gli ignudi”. Questo San Luca, oggi conservato nella Pinacoteca di Castello Ursini a Catania, è molto diverso dal San Luca del 1671, che è proprio quello uscito per la prima volta dalla sua abituale dimora, la Chiesa conventuale di San Francesco a La Valletta, portato in fiera dimostrazione dai suoi recenti restauratori, Giuseppe Mantella e Sante Guido, in diverse sedi d’Italia, prima fra tutte proprio l’Accademia nazionale di San Luca a Roma dove ha esordito in una colta serata dell’ultimo dicembre, appena in tempo per cogliere gli scampoli della ricorrenza del 400° dalla nascita.

Mattia Preti arriva a Malta per vie niente affatto avventurose, meno che mai simili per tormento a quelle che avevano fatto approdare sull’isola, a inizio secolo, il fuggiasco e dissoluto Caravaggio. Il primo contatto avviene su ordinazione di un San Francesco Saverio per la Cappella d’Aragona della Chiesa conventuale di San Giovanni Battista da parte del nuovo Gran Maestro dell’Ordine, Martin de Redin, che si rivolge ai suoi contatti di Napoli, e vuole “il più accreditato pennello”. Mattia è a  Napoli, sta lavorando a San Pietro a Maiella, è già famoso, già Cavaliere di Malta, ma non di grado elevato. Nel 1959 spedisce il quadro del santo gesuita, per il quale chiede 150 scudi. Subito dopo un San Firmino, sempre per la stessa destinazione. Il Gran Maestro trova nel Cavaliere calabrese il braccio artistico adatto alle sue ambizioni, e l’artista la sponda che gli può assicurare l’elevazione di grado a cui aspira fortemente. Sbarca a settembre del ‘59 nell’isola per un soggiorno che dura un paio di mesi, il tempo per vedere che Malta può rappresentare, per magnificenza d’opere, una piccola Roma mediterranea, e vedere sistemato un suo Martirio di Santa Caterina nella parte italiana di San Giovanni, per subito rientrare nella città papalina perché i suoi affreschi a Sant’Andrea della Valle stanno andando a male. Rientra a Malta nel 1661 e non si trasferirà più, salvo piccoli viaggi anche in terra di Calabria. Al rientro, in cambio dell’inizio del magnifico ciclo sulla vita di San Giovanni, ottiene il sospirato titolo di Cavaliere di Grazia. Onori, e soldi in più. Che, abbiamo già visto, risultano sempre pochi.

Mattia Preti, 1671, San Luca dipinge la Madonna a il Bambino, Chiesa San Francesco, La Valletta
Mattia Preti, 1671, San Luca dipinge la Madonna a il Bambino, Chiesa San Francesco, La Valletta (part.)

Il 1671 è l’anno di questo grande San Luca momentaneamente pellegrino. Il restauro di Mantella e Guido ha restituito all’opera la brillantezza originale, e fornito qualche certezza in più. La tela, innanzitutto, composta da due elementi sovrapposti, è risultata essere di prima imprimitura, non soggetta a sovrapposizioni o interventi massicci di restauro precedente. Con i consueti caratteri tipici delle opere maltesi del maestro di Taverna, utili non tanto alla datazione di questa opera, quanto di quelle eseguite tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei 60, in altalena tra il continente e l’isola. Ampie pennellate di colore su un fondo color miele dovuto all’olio di lino dell’impregnante, con ampia presenza nei pigmenti di elementi fossili tipici della calcarenite della sabbia maltese. Questo San Luca è stato prodotto, incredibilmente, in poche ore di lavoro. Il santo ha appena finito l’opera,  non la guarda. Gli occhi sono rivolti verso lo spettatore, mentre un dito indica il quadro dalla Madonna con il Bambino, con intenti volutamente didattici. “E‘ così che va reso il sacro”, sembra dire il santo protettore dei pittori, confortato dalla presenza sullo sfondo di San Carlo Borromeo, estensore dei canoni pittorici della Chiesa dopo il Concilio di Trento. La composizione risente molto di una analoga opera del Guercino (1653),  custodita al  Nelson- Atkins Museum of Art di Kansas City.

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Mattia Preti, 1671, San Luca dipinge la Madonna a il Bambino, Chiesa San Francesco, La Valletta (part.)

Il bue, simbolo della temperanza propria del vangelo lucano, è però, nella versione pretiana, reso molto vivido e reale al piede sinistro del quadro. Sulla destra, il restauro ha svelato la firma nella sua completezza: FMPF. Fra’ Mattia Preti Fecit. Una F in più per la rarissima apposizione di firma del Maestro (l’altra è vicino all’autoritratto paffuto conservato al San Domenico di Taverna). L’unica a riportare l’appellativo di “Fra’”. E, accanto, lo stemma. Leggermente diverso da quello del nobilitato familiare. Insomma, uno suo personale. Posto vicino alla firma a significare che il devoto Fra’ Mattia è non solo l’autore, ma anche il committente di questo San Luca che ritornerà nella chiesa di San  Francesco a Malta dopo il 28 aprile, giorno di chiusura della esposizione a Reggio Calabria.

 

 

 

 

 

 

 

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