D’ acqua e sangue

Infiltrazioni nei palazzi simbolo

Pubblicato il 26 febbraio 2018

Scemano, crollano, si sgretolano. Alcune scompaiono lentamente, si consumano nel ritorno a prima del tempo. Altre vengono giù all’improvviso, un movimento della terra sotto radici vecchie che non riescono ad aggrappare niente che dia rifugio e salvezza. Qualcuna rilascia pezzo dopo pezzo, col rumore bianco dell’ impercettibile consunzione. Sfacelo.
Le città sono così, quelle con fama e quelle senza lode.
Nella città in cui mi ritrovo a vivere, è dapprima venuta già la volta di una cappella laterale del Duomo. Verso metà marzo dell’anno passato, di notte, senza corpo ferire. La mattina il sagrestano ha aperto il portone laterale e ha subito sentito un odore di muffa più intenso del solito, come di terra umida smossa da poco. All’apparenza sembrava tutto normale, se non per qualche profilo irregolarmente sovrabbondante dietro le panche, appena oltre la navata centrale, dall’altra parte esatta della pianta. «San Vitaliano padre e vescovo», ha implorato il buon uomo appena accortosi dell’accaduto e prima di precipitarsi fuori dalla cattedrale, attraversare la piazza e bussare all’alto portone in legno dell’arcivescovado per dare l’allarme.

La catena delle competenze – lo scarico del gravame, l’allargamento delle responsabilità – si è subito messa in moto: dal portiere al segretario ancora mezzo assonnato, da questi a monsignore l’arcivescovo  impegnato negli esercizi spirituali, e poi, a macchia d’olio, per salti e per sinapsi alle confraternite, ai parroci, ai consiglieri comunali, al sindaco, finanche al presidente della Regione che, subito, ha espresso solidarietà, offerto pensose considerazioni e promesso fondi adeguati.

Dopo Natale il duomo ha chiuso i battenti per evitare pericoli ulteriori in attesa dei lavori di restauro complessivo che il parroco della cattedrale ha previsto saranno «lunghi, molto lunghi». Intanto, quasi a Pasqua, non sono nemmeno iniziati. Vabbè, ci può stare, direbbe un’anima candida: un duomo di una città del Sud, chissà nei secoli quante ne ha dovuto sopportare. Sennonché la cattedrale in oggetto non è poi neanche tanto vecchia, ha solo una sessantina d’anni, rifatta apparentemente solida in marmi e cemento sulle macerie della precedente sbriciolata sotto le bombe alleate nell’agosto del ’47. Come sia stata ricostruita, è tutt’altra faccenda. Fredda agli occhi ancor prima che sulla pelle, dispersiva più che inclusiva, si scopre adesso gigante dai piedi d’argilla.
Umido, troppo umido. Così sentenzieranno vigili e periti. Malattia endemica , ma anche un poco epidemica considerata la facilità con cui si propaga da sede a sede.
La notte era buia e tempestosa all’inizio di questo febbraio, quando il tetto dell’aula consiliare del Comune ha ceduto all’umidità accumulata chissà da quando, abbattendo stucchi e calcinacci sui banchi della giunta e su quelli dell’opposizione. con fare lodevolmente bipartisan.

Anche questa volta, per fortuna, nessuna vittima. Lavori da eseguire a data da definire, sedute sospese nell’aula e necessità di richiedere asilo politico alla Provincia che, aderendo al trattato di Schengen, non ha fatto obiezioni, anzi. Dopo l’ecclesia religiosa, l’assemblea civica. Un altro luogo simbolo della comunità eroso dall’acqua che s’infiltra dovunque, una nemesi per una città costretta più volte a fare rifornimento dalle autobotti perché i rubinetti delle case rimangono a secco per le perdite di una rete colabrodo.

C’è un po’ di diabolico nel perseverare dell’elemento idrico come destruente di luoghi immagine, di simbologie cittadine. Come luciferina l’occorrenza sempre notturna. Dopo la cattedrale, dopo l’aula consiliare, si è allagata la biblioteca del liceo classico. Non proprio un naufragar dolce, ma segno eloquente della precarietà dei luoghi e delle moderne tecniche costruttive. Non di antica magione trattasi, anche qui, ma di costruzione abbastanza recente, poco più che trentina, direbbe Montalbano. «Solo un tubo, può capitare», ha detto qualche giorno dopo il presidente della Provincia, cui compete la manutenzione degli istituti scolastici superiori, cercando di minimizzare. Indubbiamente, meglio un tubo che due.

A volersi consolare la si può buttare in cultura che, se non dà da mangiare, non vieta di bere. In una città metafora della società liquida teorizzata da Bauman. Che, per di più, sul gonfalone cittadino, al “sanguinis effusione” del cartiglio stretto dall’aquila monocipite può comodamente aggiungere: “aquae dispersione”.
E vissero felici e incontinenti.

©riproduzione riservata

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...