Il Cottarelli e i crudarelli

Pubblicato il 7 marzo 2019

Dopo qualche tempo, ieri ho ripreso a frequentare i luoghi del dibattito pubblico nella mia città – la transitoria assenza motivata da accadimenti famigliari, sui quali pure vorrò e dovrò ritornare.

La Camera di commercio di Catanzaro ospitava Carlo Cottarelli economista alla Bocconi, che di per sé è un bel dire, già Commissario alla Spending review nei precedenti governi, nonché incaricato da Sergio Mattarella per la formazione di un possibile governo tecnico prima dell’esito positivo (!) dell’enigmatico contratto gialloverde, presidente dell’Osservatorio dei conti pubblici e, per ultimo e nel corrente, special guest di svariati talk televisivi, ospite fisso di FabFa a CheTempChFa.

Più che del tema – manovre economiche e Mezzogiorno –, pur di indubbio interesse, vorrei qui rendere conto del peculiare senso di disagio che una persona mediamente acculturata, quale posso ragionevolmente considerarmi, ha provato nell’assistere all’accadimento in questione, sentimento d’altra parte ricorrente in analoghi appuntamenti a metà tra il mondano e l’impegnato, tra l’occasione conviviale e la conferenza a tema. Dico disagio, ma probabilmente non è il termine esaustivo per comprendere il misto di insoddisfazione, di incompiutezza e di approssimazione che avverto – e come me penso chiunque abbia consapevolezza cosciente e meditata del tempo presente – quando la qualità espositiva dell’ospite non trova corrispondenza, se non al ribasso, nel pubblico partecipante.

I punti toccati da Cottarelli erano facilmente pronosticabili, e d’altra parte l’implacabile – ma poco assecondato – revisionista della spesa si è limitato a rispondere con scioltezza a quanto chiestogli da Peppe Soluri, presidente dell’ordine regionale dei giornalisti: il momento economico, il Pil in decrescita, lo spread in rimonta, il reddito di cittadinanza, quota cento, l’euro e l’Europa, Tav, prospettive per il Mezzogiorno, resoconto dei pochi giorni in cui sembrava possibile un governo balneare da lui presieduto. L’autore de I sette peccati capitali dell’economia italiana ha ribadito il suo scetticismo sulla sostenibilità e sull’utilità delle scelte economiche dell’esecutivo, con manifesta preoccupazione sulle prospettive di medio periodo convergenti verso un punto di fuga molto critico datato autunno, quando il documento italiano di economia e finanza dovrà passare al vaglio degli organi comunitari.

Ma, dicevo, non è stato il Cottarelli pensiero ad avermi predisposto negativamente, quanto, piuttosto, l’evidente discordanza semantica tra il suo tono pacato, circostanziato e quello concitato, arruffato di molti degli interventi del pubblico presente e, sottolineo, selezionato, come si poteva facilmente evincere dalla riserva personalizzata apposta su tutte le poltroncine della sala. D’accordo che il conferenziere è un mestiere come un altro e si apprende con fatica e consuetudine, e certo Cottarelli può esibire in questo esperienza e predisposizione, ma dai vertici di associazioni di categoria ci si può legittimamente attendere qualcosa in più di una difesa dell’autarchia monetaria temerariamente divulgata e appresa su Youtube oppure l’invocazione di una pace fiscale più larga e indiscriminata di quella approvata, o, ancora, la rivendicazione settoriale delle prerogative della dirigenza pubblica e parapubblica, pare minacciata o addirittura descritta come sull’orlo di un baratro funzionale. Ogni occasione sembra essere buona per rivendicare, anche indirizzando in obliquo preoccupazioni magari fondate e adombrando soluzioni così semplici che parrebbe inutile affidarsi agli esperti di ogni campo. Andamento ormai ubiquo e permanente, stante l’accorciamento dei gradi di separazione tra l’élite, intesa in senso gramsciano, e la comunità, dovuto all’esplodere dei social network anche come mezzo di propaganda e fidelizzazione politica.

Insomma, l’impressione è stata quella di un convegno iniziato benino e finito maluccio, anche per via di un malinteso, nato più da una distorta ricezione che da una voluta provocazione del Cottarelli che, richiesto di esprimersi sulla fatidica – e bolscevica – domanda sul Che fare per risollevare le sorti magnifiche e regressive del Mezzogiorno, ha esposto la necessità di migliorare l’istruzione nelle scuole del Sud per il livello non in linea con lo standard nazionale. Apriti cielo. Dalla pancia della platea, sino allora quasi indifferente al discorso in fabula, mugugni e proteste del tipo: «ma che dice»; «i nostri insegnanti sono i migliori del mondo»; «i nostri laureati sono i più richiesti all’estero»; «i nostri professionisti sono a capo di ministeri, facoltà, ospedali in tutt’Italia», e giù per questo crinale. Cottarelli è rimasto sorpreso della veemente reazione: «Non capisco perché vi siete offesi», ha detto quasi scusandosi. Non lo capisco neanche io. O meglio. Posso arguire. È ormai accertato che le valutazioni alle maturità sono di gran lunga più generose da Roma in giù rispetto a quelle certificate da Roma in su. Prova ne siano le elaborazioni estrapolate dai test di verifica tipo Invalsi e simili, con tutti i limiti a loro riferibili. Fatte salve tutte le eccezioni che proprio per questo meritano encomio e ricevono pertanto giusta eco.

6 marzo 2019

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