Una nuova leva calcistica a 50 anni dal 68

L’impressione è che Mario Oliverio, che sembrava alla fine anche rassegnato o soltanto recalcitrante finto, abbia accolto la crisi di governo come gli ebrei nel deserto la manna dal cielo. O anche no. Che siano Nicola Oddati e Stefano Graziano ad aprire le braccia in segno di riconoscenza per lo scampato, o soltanto procrastinato, pericolo. Quello di uno scontro durissimo che si andava profilando dopo i pronunciamenti di Zingaretti, la richiesta di un passo indietro al governatore uscente, la riunione di Lamezia al regionale del Pd, tutto nel nome di un rinnovamento agognato ma non disegnato. Devoluto, a sentire alcune voci di dentro, allo stesso Oliverio, che si sarebbe dovuto anche prendere la briga di indicare lui stesso il proprio successore. E, di seguito, la successiva reazione della base di mezzo, quella degli eletti nelle autonomie locali o in consiglio regionale – dal cui cilindro presumibilmente si sarebbe dovuto estrarre il coniglio – al grido di: primarie, primarie. Da non confondere con la base degli iscritti o degli elettori, la cui volontà, semmai, sarebbe da ricercare nelle primarie che invoca lo stesso Oliverio, in un corto circuito che ha del surreale.

Ma cosa c’è di non surreale nel Pd contemporaneo? Che arriva alle soglie della scissione dopo essere rinato proprio sulle ceneri di una scissione. Come quei lombrichi grossi e rotondi che per quanto li tagli riescono sempre a riformarsi, a rinascere su se stessi, sempre nuovi eppure sempre uguali. Solo un poco più sottili, più tenui, fino allo sfinimento.

Adesso tutti siamo in attesa dell’evolversi della crisi. Del voto di sfiducia a Conte, di come e quando sarà calendarizzato, con tutto il contorno di sotterfugi, dicerie, offerte, compromessi, ripensamenti. L’ordinario succedersi delle cose. Alla fine, dopo che saranno sistemate, si fa per dire, le cose a Roma, ci si tornerà a occupare della periferia del regno, della Calabria. Con presumibile election day a gennaio se l’oracolo dirà elezioni. E comunque sempre gennaio, considerate le inevitabili lungaggini delle attese, se l’oracolo dirà governo di legislatura. In un quadro irriconoscibile secondo i parametri sui quali tutti ci siamo formati, in un rimescolamento inaudito di storie, di modi di pensare, persino di atteggiamenti, di mimica, di gesti.

Intanto il tempo che tutto smussa e lenisce avrà operato la sua virtù principale, levigando le ruvide asperità dei momenti concitati, delle decisioni precipitose, degli ultimatum del tipo: “chi non ci sta è fuori”. Ma fuori dove? E soprattutto, con chi? Che poi è il nocciolo della questione. Vale ancora parlare di schieramenti, posizioni, opzioni? Agli illustri generali della sinistra, che fino a ieri sembrava avessero pronta la risposta a ogni dubbio, varrebbe la pena chiedere se a furia di guardare sempre avanti, di non volgere lo sguardo ai lati, o alle spalle per vedere se per caso qualcuno fosse rimasto dietro, varrebbe la pena chiedere: dove sono le truppe? Per non buttarla sul guerresco – ci manca solo la chiamata alle armi – ci vorrebbe un nuovo De Gregori, una nuova leva calcistica a cinquant’anni dal ’68. E qualcuno che non abbia paura di sbagliare un calcio di rigore.

Questo articolo è stato pubblicato in noidicalabria.it il 13 agosto 2019

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