È vuoto lo spiazzo del potere

Te ne accorgi nel giorno di Ferragosto, percorrendo la nuova 106 direzione Sud, appena dopo la lunga galleria che passa sotto il ventre di Santa Maria di Catanzaro, ed esci allo svincolo che porta verso ovest, verso la 280 dei Due Mari e l’A2, l’autostrada del Mediterraneo, come dicono ora, la Salerno Reggio Calabria come rammentano i vecchi incubi che, a volte, ritornano.

Sulla destra si staglia, imponente, la Cittadella della Regione. Una enorme U senza grazie, direbbero gli antichi tipografi, un mastodontico rettangolo di vetro e cemento cui hanno tolto un lato, proprio quello che si apre sullo spiazzo che nei giorni “lavoranti” è una distesa sconfinata di auto sfavillanti al sole, un multicolore patchwork di paraurti cofani e montanti, un raffazzonato campionario dell’automotive contemporaneo. Proprio per questo, oggi, a Ferragosto, la differenza salta agli occhi. È vuoto lo spiazzo del potere. Una “landa desolata”, si direbbe, se non ci fosse timore di fare accostamenti irreverenti e francamente inopportuni, vista la giornata di festa, con recenti accadimenti giudiziari. Fino ad appena un decennio fa, sotto quell’asfalto, al posto di quelle fondamenta, dormivano incappucciate dalla loro stessa bava milioni e milioni di lumache. Quelle buone da mangiare, da farci il sugo quando viene Natale. A Catanzaro, non altrove, le chiamano “vermituri”. O anche “virdeddhi”. Dipende dall’ascendenza filologica. Alle prime piogge consistenti di settembre i catanzaresi a centinaia si riversavano su quelle distese di zolle infangate, con le buste della Standa appese a un braccio e la mano libera a raccogliere il frutto della terra. Adesso, quelle lumache, o quel che rimane, dormono. Dormono sulla collina.

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Una nuova leva calcistica a 50 anni dal 68

L’impressione è che Mario Oliverio, che sembrava alla fine anche rassegnato o soltanto recalcitrante finto, abbia accolto la crisi di governo come gli ebrei nel deserto la manna dal cielo. O anche no. Che siano Nicola Oddati e Stefano Graziano ad aprire le braccia in segno di riconoscenza per lo scampato, o soltanto procrastinato, pericolo. Quello di uno scontro durissimo che si andava profilando dopo i pronunciamenti di Zingaretti, la richiesta di un passo indietro al governatore uscente, la riunione di Lamezia al regionale del Pd, tutto nel nome di un rinnovamento agognato ma non disegnato. Devoluto, a sentire alcune voci di dentro, allo stesso Oliverio, che si sarebbe dovuto anche prendere la briga di indicare lui stesso il proprio successore. E, di seguito, la successiva reazione della base di mezzo, quella degli eletti nelle autonomie locali o in consiglio regionale – dal cui cilindro presumibilmente si sarebbe dovuto estrarre il coniglio – al grido di: primarie, primarie. Da non confondere con la base degli iscritti o degli elettori, la cui volontà, semmai, sarebbe da ricercare nelle primarie che invoca lo stesso Oliverio, in un corto circuito che ha del surreale.

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Chi ha detto che Salvini divide? A margine delle contestazioni riemergono affinità dimenticate

CATANZARO – A Soverato come a Policoro, a Catania come a Isola Capo Rizzuto Matteo Salvini riesce nell’impossibile impresa di riunire antichi avversari, finanche irriducibili nemici.  La prova più evidente ieri sera a Soverato, nel bel mezzo delle contestazioni al “Capitano” leghista. Appena davanti al cordone della polizia in tenuta antisommossa, accanto agli striscioni esplicitamente antisovranisti, faceva sensazione vedere agitarsi il vessillo del Movimento 5Stelle: Inconfondibile, straniante quasi. Come cambiano le prospettive politiche, i punti di vista. A sole 24 ore dallo strappo anti Conte ecco riapparire l’anima di sinistra dei grillini data per desaparecida.  Ieri, a Soverato, come dovunque in queste tappe balneari post Papeete, c’è di tutto. Per esempio al richiamo scandito dai gruppi Facebook spontanei non ha saputo resistere neanche Antonio Viscomi, deputato Pd, in una vita antecedente professore di diritto del lavoro alla Magna Graecia: «Qui Salvini viene come segretario del suo partito, non come ministro degli Interni. Sull’ordinanza del sindaco di Soverato che chiude alcune strade si legge che ciò accade per “evento politico”. È un grande equivoco, perché da quando è stato nominato ministro degli Interni, avrà passato al Viminale sì e no una ventina di giorni. Tutto il resto è stato in giro a fare propaganda politica per suo partito. Allora, noi abbiamo bisogno di un ministro degli Interni che opera contro la mafia, contro la ‘ndrangheta e non si preoccupi soltanto di fare la guerra a chi salva gli immigrati in mezzo al mare».

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Beato il popolo che non ha bisogno di eccellenze

pubblicato il 4 giugno 2019

 

Nello scenario del complesso del san Giovanni, nella sala in cui sogliono rappresentarsi i riti bella buona società industrialpoliticaculturale catanzarese, c’è voluto il bassotto poliziotto. Com’è quella di Bruno Lauzi? Povero Lauzi, ha scritto decine di belle canzoni, qualcuno l’ha anche scambiato per Albert Einstein per via della folta increspata bianca capigliatura, (non so chi dei due avrebbe potuto prendersela a male – ipotizzo il fisico bestiale -), ma il suo maggiore successo rimane quel Johnny il bassotto che scoprirà la verità.

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Il Cottarelli e i crudarelli

Pubblicato il 7 marzo 2019

Dopo qualche tempo, ieri ho ripreso a frequentare i luoghi del dibattito pubblico nella mia città – la transitoria assenza motivata da accadimenti famigliari, sui quali pure vorrò e dovrò ritornare.

La Camera di commercio di Catanzaro ospitava Carlo Cottarelli economista alla Bocconi, che di per sé è un bel dire, già Commissario alla Spending review nei precedenti governi, nonché incaricato da Sergio Mattarella per la formazione di un possibile governo tecnico prima dell’esito positivo (!) dell’enigmatico contratto gialloverde, presidente dell’Osservatorio dei conti pubblici e, per ultimo e nel corrente, special guest di svariati talk televisivi, ospite fisso di FabFa a CheTempChFa. Continua a leggere “Il Cottarelli e i crudarelli”

La Brain City di Tullio Barni

Pubblicato il 17 maggio 2018

Da “semplice anatomista” come da autodefinizione understatment, Tullio Barni sarà anche un po’, forse parecchio, citologo. Di sicuro è un grande citazionista. Ho avuto modo di ascoltarlo nel tardo pomeriggio di mercoledì al Circolo Placanica e sono uscito sopraffatto dal gran numero di citazioni su cui ha costruito la sua bella tirata in tema di rapporto città-università, per dirla in sigla CZ/UMG, Città di Catanzaro/Università Magna Graecia. È partito da Ernesto Galli Della Loggia, è passato per Serge Latouche, ha lambito Alexis de Tocqueville, con decine di fermate intermedie a Bilbao, a Valencia, a Oresund, finanche nella desertica e straricca penisola araba. Non per dire che il mondo è vario e degnamente popolato, ma per validare due assunti tra loro conseguenti: che la tecnologia fa l’uomo furbo e che per essere furbi tecnologici occorre propiziare. Detto in modo più chiaro, se si vuole veramente che Catanzaro divenga, come da brand ormai consolidato, Città della Cultura e della Conoscenza, è fatto obbligo inventarsi qualcosa che funga da gancio, che capti, intercetti, trattenga e dia sviluppo virtute e infine canoscenza. A proposito, lo scrivo adesso perché altrimenti mi passa in dimenticanza, leggendo le slide mi è venuto in mente che Catanzaro è la città dalle 4 C, tutte maiuscole come si suole imprimere in tutti i documenti un po’ paraculi, ultimo Agenda Urbana 2018 su cui poi tornerò: Catanzaro Città Capoluogo della Calabria. Anzi, adesso che ci penso, esageriamo pure. Città delle 6 C: Catanzaro Città della Cultura e della Conoscenza Capoluogo della Calabria. Altro che 3 V. Continua a leggere “La Brain City di Tullio Barni”

L’Agenda Maleducata del sindaco Abramo

Pubblicato il 15 maggio 2018

Fare la parafrasi di Agenda Urbana è facile e, per qualcuno, finanche divertente. Basta prendere a prestito Vasco Rossi e cantilenare: “Voglio un’Agenda Maleducata, un’agenda alla Steve Mc Queen/Voglio un’Agenda Spericolata, la voglio piena di lai”.

Più difficile è, invece, arrivare all’interpretazione autentica dell’Agenda Urbana per la città di Catanzaro 2018, il cui varo è prossimo, preceduto dalle necessarie premesse fatte di documenti preparatori, discussioni con gli interessati, modifiche varie ed eventuali. Il fatto è che quando su un piatto si mettono 32 milioni di euro (per la precisione 32.800.000) e sull’altro le attese, la bilancia pende sempre dalla parte di queste ultime che, al contrario dei primi, non finiscono mai.                                                                                                                                                  Se a questo aggiungiamo le enfasi declamatorie dovute all’accesso di entusiasmo (per esempio la prima uscita pubblica sull’argomento del sindaco Abramo che, a

marzo in biblioteca comunale, nell’incontro con il partenariato sociale ed economico, aveva messo più carne al fuoco di quanto la piastra consentisse) e il consueto pressapochismo dell’informazione corrente che si limita a riportare quanto passa il convento delle veline ufficiali (nessuno che vada ad allargare le interlinee dei documenti di sintesi, dove speso quanto non c’è scritto vale più di quanto riportato), ecco che i fraintendimenti superano le corrispondenze, e gli equivoci hanno la meglio sulla nuda concretezza dei fatti.

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