Pino (Daniele) io (Io) e Massimo (Troisi)

                                                                                                       Quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’ interno di una storia, da vivere in modo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché, fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.

Paul Auster, Follie di Brooklyn

 

pino daniele paul Auster repubblica

 

Quando incontrai Pino Daniele per la prima volta, dico da vicino e di persona, era un fresco pomeriggio di mezza primavera a Napoli. Nel 1977 frequentavo la seconda facoltà di medicina su al Vomero e, anche se ero uno studente abbastanza in regola con gli esami e mediamente ligio alla frequenza in aula, non disdegnavo di esplorare l’altro lato della mia vita, non so se più o meno oscuro rispetto al tentativo vivente di diventare un giorno medico. Questo lato meno accademico mi portava a essere una strana mescola di scrittore, filosofo e musicista senza essere in realtà nessuna di queste cose. Se allora mi fossi fermato a considerare l’inconcludenza della ridondanza le cose per me sarebbero andate diversamente da quelle che poi sono state, ma non sono qui per tediarvi su questa schifa di vita, direbbe il giovane Caulfield prima traduzione.

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La vocazione sotterranea di Catanzaro

Storia bicentenaria dell’acquedotto del Visconte
Sulla strada del Visconte
Sulla strada del Visconte

Il genius loci è imprevedibile e originale. Seguendo imperscrutabili trame, ama esprimersi come gli suggeriscono i venti, il profilo dei monti,  lo scintillio del mare. Forse troppa bellezza può abbagliare, oppure intimorire, e, anche, discretamente consigliare. In luogo di realizzare il meglio di sé verso l’alto, può suggerire di esprimere prova di pratica virtù dal suolo in direzione opposta, in basso, laddove, nella lontananza dei tempi, divinità occulte disponevano del bene e del male, della vita e della morte. Vi regnavano la fervida Demetra, protettrice delle messi, e il corrucciato Ade, signore degli Inferi, e li univa la moglie di lui, Persefone, che della prima era amica e complice. Di questo mondo buio, nascosto agli occhi dei più, rimangono tracce.  Sono grotte, camminamenti, gallerie, sbocchi, pozzi, labirinti. Il genius, talvolta, le discopre, le ama e le copia. Coglie al volo un’occasione propizia, o uno svincolo della storia.

Come è capitato anche a Catanzaro, città della media Calabria che, per il tempo che qui ci interessa, era così descritta (nel 1882) dall’archeologo parigino François Lenormand mentre, sballottato da una carrozza, intraprendeva una tappa del suo grand tour: ”In fondo alla vallata lasciamo sulla destra, a un centinaio di metri di distanza, una vasta chiusa di aranci e di altri alberi fruttiferi, perfettamente irrigua, di una vegetazione meravigliosa, circondata da tutti i lati da rocce a picco bruciate dal sole e coperte da cactus, di agavi e aloe. Questa chiusa passa per una delle meraviglie dei dintorni di Catanzaro; è uno dei siti in cui si conducono i forestieri. La si chiama il Paradiso, e tal nome è ben dato, perché è un vero paradiso di frescura e di ridente vegetazione, una deliziosa solitudine, nella quale è possibile credersi isolato dal resto del mondo” (La Grande Grèce, Paris, 1881-1884).

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La nottata d’ uno scrutatore

La nottata d’uno scrutatore

“Le elezioni è  una cosa che dura due minuti. Uno va e vota” *

A Enrico avevano detto che era tutto facile e che non aveva nulla di che preoccuparsi. Era stato suo cugino Leonardo, che di elezioni ne aveva già fatto un paio, a farlo iscrivere alla lista del Comune come scrutatore: “Così ti guadagni qualcosina, basta che vai al seggio sabato pomeriggio, senti il presidente che ti spiega cosa fare, ti diranno di contare le schede o di scrivere i dati sul registro e poi qualcosa sulle operazioni di voto. C’è da stufarsi un poco ma poi il giorno dopo, al massimo due, vai al Comune e ti prendi 150 euro. Il difficile è farsi chiamare, però possiamo dirlo al nostro amico Fofò, che lui li conosce tutti al Comune”. Non c’era stato bisogno di dire niente all’amico Fofò, perché questa volta gli scrutatori li avevano scelti a sorteggio, e chissà per quale coincidenza, una volta tanto a Enrico gli era andata bene. Lo avevano chiamato e lui, come da invito, si era presentato in quella sezione di Lido, la solita scuola media con i muri pieni di quadretti naif opera degli studenti di anno in anno, l’altarino con la madonnina bianca e celeste con due o tre rose di plastica e un lumino sempre acceso, e la bandiera italiana pronta per le migliori occasioni.

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