Pino (Daniele) io (Io) e Massimo (Troisi)

                                                                                                       Quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’ interno di una storia, da vivere in modo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché, fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.

Paul Auster, Follie di Brooklyn

 

pino daniele paul Auster repubblica

 

Quando incontrai Pino Daniele per la prima volta, dico da vicino e di persona, era un fresco pomeriggio di mezza primavera a Napoli. Nel 1977 frequentavo la seconda facoltà di medicina su al Vomero e, anche se ero uno studente abbastanza in regola con gli esami e mediamente ligio alla frequenza in aula, non disdegnavo di esplorare l’altro lato della mia vita, non so se più o meno oscuro rispetto al tentativo vivente di diventare un giorno medico. Questo lato meno accademico mi portava a essere una strana mescola di scrittore, filosofo e musicista senza essere in realtà nessuna di queste cose. Se allora mi fossi fermato a considerare l’inconcludenza della ridondanza le cose per me sarebbero andate diversamente da quelle che poi sono state, ma non sono qui per tediarvi su questa schifa di vita, direbbe il giovane Caulfield prima traduzione.

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Doppia Zeta, l’orgia del doppio potere

Giuseppe Galati in piedi a dx

Chissà come Nazzareno Salerno, consigliere regionale calabrese del Pdl, mentre stamane si trovava nel fortino di via Cardinal Portanova assediato dai lavoratori forestali, avrà trovato il tempo e la forza d’animo di concepire, scrivere e diramare le sue congratulazioni all’onorevole Giuseppe Galati per la sua recente elezione a coordinatore nazionale dei Cristiano Popolari. “Ancora una volta – declama Nazzareno Salerno – grazie alle sue doti, riesce a farsi largo in campo nazionale conquistando postazioni dalle quali può meglio contribuire anche allo sviluppo della sua terra”.

Viene in mente il lontano, eppur evocativo, dicembre 2004 quando Galati, sottosegretario alle Attività Produttive del III governo Berlusconi “grazie alle sue doti” – per dirla con Nazzareno Salerno – riuscì “a farsi largo” fra gli ottocento forestali che occuparono la stazione di Lamezia Terme e il vicino aeroporto nel giorno della settimanale transumanza dei politici calabresi verso la capitale. All’epoca riparò nelle sicure stanze di un albergo lametino da dove, attraverso interviste, rassicurò i forestali arrabbiati perché il governo aveva tagliato i 160 milioni di euro nella finanziaria in approvazione.

Passano gli anni, otto son lunghi, Galati è sempre lì, i forestali pure. Adesso sono incazzati per via del cambio di status giuridico dell’ Afor. Anche loro ne hanno fatta di strada. Galati non ha responsabilità di governo, ma chissà. All’epoca era solo sottosegretario di un governo neanche tecnico. Oggi, da coordinatore nazionale della federazione dei Cristiano popolari nel Pdl “può “ – per dirla con Nazzareno Salerno – “meglio contribuire allo sviluppo della sua terra”.

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Scalzo rinuncia alla segreteria regionale

Sindrome Poulidor

Salvatore Scalzo non sarà della partita che eleggerà il prossimo 24 giugno il nuovo segretario del Partito democratico calabrese. Il candidato sindaco ha convocato i giornalisti in un giorno di festa per confermare ciò che già si sapeva e per annunciare una seconda conferenza stampa a due microfoni, l’altro dovrebbe essere Nicodemo Oliverio. I due hanno avuto un lungo colloquio e hanno trovato un buon accordo: Scalzo appoggerà il deputato nella corsa alla segreteria sulla scorta di alcune specifiche che riguardano le garanzie per un effettivo rinnovamento del partito in Calabria che comporti anche la rappresentanza del gruppo che sta crescendo insieme a lui tra la sede catanzarese di via San Nicola, il Consiglio comunale di imminente proclamazione e le aule del Tar cui sarà devoluta

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Voto libero e segreto e il caso Catanzaro

Una città sotto voto spinto

Non si rovinano così anche le migliori famiglie? A furia di posticipare la discussione, di rimandare a domani, lo sputo del rospo finisce che quando proprio non se ne può fare a meno il simpatico batrace ti rimane in gola. E allora sono gracidii acidi. A Catanzaro si gira intorno al problema – il voto secondo l’articolo 48 Cost.: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico –  da lungo tempo.  A volere fissare una data si potrebbe indicare il 1997, seconde elezioni amministrative con elezione diretta del sindaco e possibilità di voto disgiunto. Le prime, nel 1994, avevano visto a sorpresa la vittoria di Benito Gualtieri dopo il ballottaggio contro Nunzio Lacquaniti. Il sindaco Gualtieri morì dopo due anni, ma il fatto che in pochi mesi fosse riuscito a imprimere una svolta all’andamento lento delle realizzazioni comunali convinse anche i più scettici delle enormi possibilità offerte dalla nuova legge per la elezione diretta del sindaco, la n. 81 del 23 marzo 1993. Insomma, il sindaco non solo amministrava, ma nel suo piccolo governava. Nelle elezioni successive, le prime destinate a durare i cinque anni del mandato, vinse al ballottaggio Sergio Abramo, performance ribadita successivamente al primo tentativo nel 2001 con uno stratosferico 71,4%.

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Rutelli chiude per il centro destra


Ti stai sbagliando chi hai visto non è Francesco

Come possono comprendere coloro che amano la narrativa, in un romanzo l’explicit è importante quanto l’incipit. Probabilmente per uno scrittore è anche più difficile. Perché deve racchiudere il senso di tutto quanto si è scritto nelle pagine precedenti e invogliare possibilmente a rileggerle oppure a desiderare di leggere altro dello stesso autore. E’ vero però che di norma la chiusa di  un romanzo è meno famosa, o meno ricordata che è lo stesso, di un fortunato inizio. Tanto per dire, mentre tutti sanno che “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia  si sarebbe ricordato di quel sabato pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio” è l’incipit di “Cent’anni di solitudine”, pochi ricordano l’altrettanto scultoreo commiato di Márquez: “…tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”. Il perché è probabilmente di ordine pratico: è ben più facile iniziare a leggere un’opera letteraria che terminarla. E’ il vero cimitero dei libri, il limbo in cui le opere sono sospese tra l’oblio assoluto e la fama eterna.

Per uscire di metafora, ed entrare nel più prosaico mondo della narrazioni politiche – il copyright è vendoliano – a Catanzaro la chiusura delle campagne elettorali dei due maggiori schieramenti sta assumendo aspetti problematici, in cui la confusione, avrebbe detto il buon Mao, è grande sotto i cieli.

La questione,  che stimola qualche considerazione politica generale, riguarda la scelta della personalità chiamata al discorso finale. In Italia si tengono elezioni amministrative in 26 città capoluogo di provincia. Alcune di un certo peso demografico e di interesse extra moenia: Palermo, Genova, Verona, Brescia tra le altre. Come cantava Pino Daniele, “ogni scarrafone è bello a mamma soja”. Tutti i candidati sindaco pensano che la loro contesa abbia un interesse pregiudiziale le sorti dell’intera nazione. Tanto che a molte situazioni  applicano il refrain retorico delle “elezioni laboratorio”.  L’ Italia amministrativa è stata trasformata in un grande alambicco chimico in cui i reagenti base sono i partiti più tradizionali affiancati da nugoli di liste civiche molte delle quali paraventi per attrarre gli elettori più farfalloni come lucciole o civette che dir si voglia. Dalla miscela sulfurea dovrebbero uscire soluzioni inedite ed esportabili altrove che possano finanche fungere da modelli cui la politica alta potrebbe in qualche modo rifarsi e anche trovare nuova linfa in epoca di antipolitica esasperata. Visto l’alto numero di città coinvolte, è difficile che in tutte i partiti possano garantire la presenza di uno dei big più gettonati, potenti quanto si vuole ma non ancora ubiqui. Vot’Antonio sì, ma al Vota Sant’Antonio non ci siamo ancora arrivati. Da questo nascono situazioni a metà tra il fluido e il cervellotico.

Il centrosinistra è in un qualche imbarazzo e a poche ore dal venerdì fatidico non ha ancora sciolto la riserva: in poche parole non si è reperito tra i collaudati oratori princeps un nome di sicuro richiamo. Neanche il benaugurante borgomastro Pisapia, per tacere di De Magistris forse neanche considerato per non intralciare la rincorsa al voto moderato.

Incredibilmente il centrodestra chiuderà con Francesco Rutelli che dovrebbe essere un leader del Terzo Polo mentre tranquillamente parlerà a nome della coalizione di centro destra per via dell’appoggio che il minuscolo, nelle previsioni, Api fornisce al candidato sindaco Abramo. O non è stato informato bene dai suoi referenti calabresi oppure è proprio vero che a furia di fare esperimenti si corre il rischio che dal tavolo dei novelli Frankenstein della politica alambicco si erga prima o poi una terrificante Creatura. Destinata a fare ancora più paura dello spauracchio Movimento Cinque Stelle. Il quale dove è in lizza non ha problemi nel chiudere la campagna, che in ogni caso sarà un successo. In fondo, trattandosi di grillini, l’importante è frinire.

Raffaele Nisticò  

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scritto il 30 aprile 2012

Sotto i baffetti di un leader, forse di due


Se c’è qualcuno che può capire Salvatore Scalzo nel Pd è proprio Massimo D’Alema. Non tanto perché li accomuna l’uso imperterrito dei baffetti, che in D’Alema ispirano furbizia manifesta e in Scalzo suscitano al più parvenza di ingenua sovra autostima anagrafica. Quanto per la predestinazione che in qualche modo e su piani – al momento – differenti li accomuna. Ambedue da giovani destinati a carriere politiche importanti. La differenza sta nelle circostanze e, si direbbe in giuridico, nelle concomitanti e favorenti. Favoriva Massimo il fatto di essere figlio di Giuseppe che volentieri occupava la prima di Rinascita, di essersi trovato a studiare alla Normale in periodo predisponente, di avere scalato agevolmente e in virtù di indiscutibile carisma prima la federazione giovanile e poi il partito, facendosi trovare in pole al disfarsi di questo. Tutte cose che non aiutano Salvatore che si è trovato a guidare la coalizione di centrosinistra nel 2011 all’improvviso e senza neanche capire in fondo il perché.

In ogni modo anche lui, riconfermato nel 2012 nonostante la sconfitta di 10 mesi prima, bisogna che sia considerato confacente al ruolo di leader. In potenza quanto si vuole, ma non è dato trovare molti esempi, a sinistra come a destra, di riconferma dopo sconfitta. Del genere: ritenta, sari più fortunato. La differenza tra i due sta in uno dei passaggi del discorso di D’Alema all’Auditorium di Catanzaro presente – finalmente – tutto lo stato maggiore del partito calabrese, quello ammesso dallo statuto, naturalmente. Il partito degli eletti, dal Parlamento al Consiglio regionale, e il partito degli iscritti, tutti ricondotti a convotare a giuste elezioni dall’opera meritoria di D’Attorre e dalla percezione di una occasione più unica che rara di entrare nella contraddizione urente di un centrodestra vincente eppure dimissionante.

Tutto il discorso di D’Alema, a parte gli ovvi riferimenti alla competizione locale in corso, è stato con naturalezza incentrato nella difesa della politica ai tempi dell’antipolitica: un elogio alla sua necessità, alla sua nobiltà, addirittura alla sua scarsa presenza sul proscenio dei meccanismi decisionali, stretta come è tra il tecnicismo montante e la finanza trionfante. Lo ha fatto da par suo, con uno sguardo molto ampio, di chi è abituato a guardare ai processi transnazionali non per snobismo, quanto per l’intima convinzione che sono destinati a ripercuotersi in men che non si pensi nella vita di tutti i giorni. Il dibattito pubblico italiano, sul tema, è del tutto distorto. L’opera del governo Monti è essenzialmente politica. Così come specularmene i posti di ministro delle finanze nei suoi due governi furono occupati da Carlo Azeglio Ciampi e da Tommaso Padoa Schioppa, che in quanto a tecnica niente avevano da invidiare agli attuali governanti. Chiaramente, dice D’Alema, c’è politica e politica. Se uno mette nel governo Brunetta e Carfagna, allora non c’è storia e la politica, quella buona, va a farsi friggere. Si dice che la politica ha portato allo sfascio il Paese. Ma la responsabilità effettiva è da attribuire al patto Berlusconi – Bossi. Nessuno dei due, però, nel ’94, era un politico. Non provenivano da nessun partito, e men che meno da una scuola di partito. Si può pertanto dire che è stata l’antipolitica, o la politica improvvisata, a rovinare il Paese, i suoi conti, la sua speranza nel futuro.

Discorso convincente, salutato dagli applausi liberatori di tutti gli astanti. Ma che potrebbe finire per ritorcersi proprio contro Scalzo che, anche lui, in fatto di scuola di partito o di apprendistato politico, insomma, un po’ di lacune le accusa. Però, occorre dire, che il giovane Scalzo, da un anno a questa parte, è cresciuto. Ha svolto un buon discorso, motivato, cadenzato al punto giusto, ed è evidente che è riuscito ormai a entrare nella forma mentis del politico avvezzo alle buone frequentazioni di partito.

Un insegnamento, però, D’Alema glielo ha voluto comunque impartire. Scalzo aveva parlato di prova di vita o di morte riferendosi allo scontro per il Comune di Catanzaro. Il presidente del Copasir  gli ha consigliato una scalata di marcia, una riduzione di altezza, una scelta meno impegnativa nelle parole, più consone alla posta in palio. La scelta sarà se mai  tra passato e futuro. Sotto i baffetti di ambedue è apparso un sorriso, e anche in questo chi vuole può cogliere una sia pur lontana affinità.

Raffaele Nisticò 

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pubblicato su Il Quotidiano della Calabria martedì 17 aprile 2012

 

 


L’UMG laurea Tarcisio Bertone

Lauree ad honorem et cum grano salis

Nel momento in cui si discute se abolire o meno il valore legale della laurea, sarebbe il caso di interrogarsi sul valore e basta delle lauree ad honorem che ormai non rappresentano una eccezionalità, soffrendo loro di una evidente proliferazione che finisce per ammantarle di allure mondana più che valenza scientifica. E’ d’altra parte la stessa tendenza che colpisce l’istituto della cittadinanza onoraria concessa talvolta con motivazioni spesso artificiose  ed estemporanee.

Tutte le università sono libere di conferire le lauree honoris causa a chi meglio credono. Il che non esime il pensiero critico dall’esercitare la sua funzione che nel caso specifico si interroga su una domanda principale da cui discendono osservazioni conseguenti.

La domanda è la seguente: perché la laurea della Magna Graecia di Catanzaro al cardinale Tarcisio Bertone segretario di Stato del Vaticano?   Le risposte possibili sono perlomeno tre e una di esse si approssima alla verità.

1. Il rettore Aldo Quattrone è interista sfegatato ed è cresciuto a pane e Inter di coppa. Il segretario di Stato è omonimo di Tarcisio Burgnich e ha le sue stesse iniziali. Non esistendo una laurea in terzinologia, pur nella grande concerie di fantasiose specializzazioni oggi reperibili negli annali universitari, il rettore ha optato per la concessione della laurea in giurisprudenza al secondo dei due italiani che si chiamano Tarcisio;

2. è in corso una guerra non dichiarata tra le università calabresi a chi li laurea più grossi. A memoria: Arcavacata ha laureato Silvio Berlusconi e Roberto Benigni,  Mediterranea  Francesco Rosi e Umberto Eco,  Magna Graecia adesso risponde con Tarcisio Bertone, numero due della gerarchia per antonomasia. Fonti confidenziali non degne della massima credibilità fanno trapelare che si era tentato per il soglio più alto, ma da quella indicibile altezza si è fatto sapere che J.R. XVI aveva esaurito, oltre gli spazietti per i bolli sulla patente, anche l’ultimo centimetro quadro sulla parete dedicata alle onorificenze;

3. Bertone si stava chiedendo il motivo per cui a conferirgli una honoris ci avesse pensato solo l’università polacca di Wroclaw nel febbraio del 2002. E sì che intanto si erano laureati per onore i porporati Julien Ries alla Cattolica Sacro Cuore a ottobre 2010, Camillo Ruini alla Pontificia Santa Croce ad aprile 2009, Stanislaw Dziwisz a Lecce a novembre 2011, Elio Sgreccia alla Pontificia Regina Apostolorum a marzo 2011, Renato Raffaele Martino a Salerno novembre 2008 solo per citare gli ultimi in ordine di tempo.

In Oltretevere, così sensibile ai dettagli di forma, non sarà sfuggito l’amabile accortezza di ufficializzare la decisione del senato accademico catanzarese il venerdì santo giorno di Passione. La motivazione sarà letta nel corso della cerimonia che si terrà il 21 aprile al Teatro Politeama e non al Campus di Germaneto. La scelta della location esterna, non usuale nella casistica degli atenei nazionali e internazionali, è dovuta essenzialmente a garantire una cornice adeguata all’evento. Infatti la tappezzeria del Politeama, rosso pompeiano, fa pendant con il rosso cardinalizio dei paramenti del porporato, per l’appunto. Per finire, nelle nota della Magna Graecia che annuncia l’evento,  si ricorda “l’attaccamento” del cardinale Bertone con la Città, avendo conferito nel 2007 l’ordinazione episcopale all’arcivescovo Bertolone destinato a Catanzaro solo nel 2010. Prevedere è umano, preconizzare è divino.

Raffaele Nisticò  

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scritto il 17 aprile 2012